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Al teatro Carlo Gesualdo da giovedì a domenica in scena “Filomena Marturano”

Pubblicato in data: 9/3/2010 alle ore:09:30 • Categoria: Attualità, CulturaStampa Articolo

filumena_marturano-lina_sastri_e_luca_de_filippoAl Teatro Carlo Gesualdo di Avellino da giovedì 11 a domenica 14 marzo  in scena “Filumena Marturano“,  il capolavoro di Eduardo De Filippo interpretato da Lina Sastri e  Luca De Filippo e diretto da Franco Rosi.


Scritta nel 1946 su misura per Titina De Filippo, la commedia è stata un trionfo ovunque nel mondo e con tante interpreti diverse anche in Italia.
Gli appuntamenti sono quattro e sono inseriti sia nel Cartellone “Grande Teatro“, che nella rassegna “Tradizione e Comici“, del Massimo Irpino. Giovedì e venerdì alle 21,00 per gli abbonati rispettivamente del turno A e B della rassegna “Tradizione e Comici”, sabato alle 21 e domenica alle 18,30 per il cartellone “Grande Teatro”, rispettivamente turno A e turno B.
lina-sastri-foto-matteo-de-filippoFilumena Marturano, mitica e popolare commedia in tre atti di Eduardo De Filippo nata quasi 62 anni fa, il 7 novembre 1946 al teatro Politeama di Napoli, avrebbe dovuto rappresentare, nell’ intento del suo autore, la «copertura» nel caso di un insuccesso di «Questi fantasmi» (che aveva debuttato nel gennaio dello stesso anno, con esito invece molto ripagante, strepitoso). E cosa c’ era dietro l’ idea teatrale e la storia umana di Filumena? La vita, semplicemente. Eduardo ammise che lo spunto l’ aveva preso da un fatto di cronaca: «Mi colpì una notizia: una donna, a Napoli, che conviveva con un uomo senza esserne la moglie, era riuscita a farsi sposare soltanto fingendosi moribonda. Un fatterello piccante, minuscolo, da cui trassi una vicenda assai più vasta, quella del personaggio forse a me più caro tra tutte le mie creature». A sollecitarlo poi ulteriormente, come sappiamo, era il desiderio di farne, cucendole addosso il testo, un omaggio affettuoso alla sorella Titina, che qui espresse finalmente le sue grandi doti, seguita negli anni, in palcoscenico, dalle interpretazioni di Pupella Maggio, di Regina Bianchi in tv, e, dal vivo, ancora di Valeria Moriconi, e di Isa Danieli. Fin qui l’ albo d’ oro. Adesso Filumena Marturano, con la regia autorevole di Francesco Rosi, è un ruolo che da giovedì a domenica al Gesualdo tocca a una artista d’ istinto come Lina Sastri, che potrà misurarsi con Luca De Filippo nella parte dell’ amante/sfruttatore Domenico Soriano intrappolato con un matrimonio nelle more di una fittizia emergenza, tenuto poi al buio (altro intenso conflitto) sull’ identità di quello, dei tre figli naturali di lei, che sarebbe il suo erede. Un lavoro, questo, che apre una nuova stagione a un testo tra i più proverbiali di Eduardo, prodotto dal Teatro di Roma e dalla compagnia di Luca.
show_sastri-de-filippo-di-filumena330La più cara delle mie creature“, così definiva Eduardo «Filumena Marturano» che dal 10 al 14 marzo sarà in scena al Massimo Irpino. Filumena, l’unico personaggio femminile cui Eduardo De Filippo ha dedicato un’intera commedia, è una figlia del popolo, ex-prostituta, testarda, coraggiosa, appassionata, forte e contemporaneamente fragile, una creatura la cui complessità e la cui verità umana potevano essere tratteggiate solo dall’acuta e intelligente penna del grande drammaturgo partenopeo. Testo amaro e sofferto, che emoziona e commuove senza bisogno di particolari stratagemmi. Così, la sapiente regia di Rosi sceglie di dare più spazio alle parole, ai pensieri, alle emozioni che ai movimenti, compito perfettamente eseguito dai due straordinari interpreti, in uno spettacolo che evoca il grande teatro, coadiuvato dalle imponenti scene di Enrico Job. Sul palcoscenico, insieme a loro, una eccellente compagnia con Nicola di Pinto, Antonella Morea, Silvia Maino, Gioia Miale, Carmine Borrino, Geremia Longobardo, Antonio D’Avino, Giuseppe Rispoli, Chiara De Crescenzo. Le scene sono di Enrico Job, i costumi di Cristiana Lafayette, le luci di Stefano Stacchini. La regia è di Francesco Rosi.
Dare l’impressione allo spettatore che in scena o davanti ad una macchina da presa i personaggi stiano inventando le battute nella maniera più spontanea e vera possibile, è l’obiettivo di registi e attori che desiderano riprodurre la realtà al di là di ogni mestiere e finzione. Per riuscire in questo risultato occorre la complessità e la verità umana dei personaggi rappresentati. Tra le commedie di Eduardo De Filippo, Filumena Maturano è quella più rappresentata nel mondo in tante lingue diverse. In ognuna lo spettatore ha riconosciuto la verità delle ragioni umane dei personaggi. Filumena Marturano, ex-prostituta, tolta dal postribolo da un napoletano borghese e benestante, Domenico Soriano, tenuta per venticinque anni nella casa di lui come amante, pur se in condizioni d’inferiorità, autrice di uno stratagemma per farsi sposare “in extremis” da Soriano, il quale vuole porre invece fine al legame perché si è innamorato di una giovane che vuole sposare. “Filumena Maturano è una commedia sociale – ha dichiarato Eduardo – vuole essere la riabilitazione di una categoria di donne, vuole essere un grido di ribellione in questo mondo sconvolto e turbinoso che ci ha lasciato la guerra“.
filumenavFilumena, figlia del popolo, conduce il filo del dramma con l’aggressività di un personaggio tragico, segnato dalla sofferenza della vita di miseria dei vicoli di Napoli. Nel basso dove viveva tutta in un solo letto la famiglia “una folla… sempre in urto l’uno con l’altro ci coricavamo senza dirci buonanotte, ci svegliavamo senza dirci buongiorno, una parola buona me la disse mio padre: Ti stai facendo grande e qua non c’è da mangiare, lo sai?… la famiglia mia non so che fine ha fatto. Non lo voglio sapere. Non me lo ricordo!” Lo stratagemma pensato per farsi sposare e riconoscere i figli è una rivendicazione del suo sentimento di maternità. Filumena ha tre figli, avuti da tre uomini diversi, di cui due rimasti ignoti. Li ha voluti, li ha cresciuti, li ha assistiti, rimanendo nell’ombra senza mai rivelarsi come madre. Solo di uno è sicura la paternità, il figlio di Domenico Soriano, ma Domenico non lo sa e Filumena non glielo dirà mai, in nome della triplice maternità che difende con violenza perché “i figli sono i figli e devono essere tutti uguali”. Filumena si batte perché Soriano dia il nome al suo figlio naturale, ma anche agli altri due. “Dimmelo chi è mio figlio, la carne mia, il sangue mio. Me lo devi dire per te stessa per non dare l’impressione che fai un ricatto, io ti sposo lo stesso, te lo giuro“. Alle ripetute, sincere, imploranti richieste di Domenico, Filumena risponde con una provocazione: “Lo vuoi sapere?! È Michele, l’idraulico“. Domenico ci crede, fa progetti per aiutarlo, è un operaio, ha più bisogno d’aiuto degli altri. Ma Filumena ha mentito: “È Umberto, lo studente“. E ancora mente: “É Riccardo, il camiciaio“. Filumena sembra voler prendere in giro Domenico, ma non è cosi, sono invece le sue ragioni che difende con determinazione. “…ti ho voluto bene con tutta la forza della vita mia e come hai voluto tu… e ancora ti voglio bene, forse meglio di prima: non me lo chiedere più. Tu devi essere forte… soprattutto per te io non te lo dico. Cominceresti a pensarci: e perché non glielo posso dire che sono il padre? E gli altri due che sono, che diritto hanno? L’interesse li metterebbe uno contro l’altro. Sono tre uomini, non sono tre ragazzi. Sarebbero capaci di uccidersi tra di loro… non pensare a te, non pensare a me… pensa a loro“. Ma Domenico si sente giocato. È furibondo. Il matrimonio non si farà.
Ognuno per la sua strada, Filumena con i suoi figli, Soriano per suo conto. Ma interviene a risolvere la situazione un inatteso colpo di scena che fa precipitare repentinamente il terzo atto verso la conclusione: i tre ragazzi si rivolgono a Domenico chiamandolo “papà”, Domenico è preso da una profonda commozione, si arrende, scopre il sentimento paterno assieme alla generosità di un disinteressato altruismo che gli fa accettare i due figli non suoi e rinunciare, non senza sofferenza, a sapere chi è il suo figlio naturale. Filumena ha vinto. Quando, dopo il matrimonio, marito e moglie restano soli, al pianto liberatorio di Filumena, corrisponde la tenerezza e l’amore di Domenico. “Ti sei messa paura… hai corso… sei caduta… ti sei alzata… ti sei arrampicata… hai pensato, e il pensare stanca… Adesso non devi correre più, non devi pensare più… Riposati. I figli sono figli e sono tutti uguali. Filumè, hai ragione tu“.

La commedia di Eduardo porta al pubblico il problema dei diritti dei figli illegittimi, mentre nello stesso tempo l’Assemblea costituente svolgeva un dibattito sulla famiglia e sui figli nati fuori da matrimonio. La tematica affrontata da Eduardo trova riscontro nell’impegno dell’Assemblea Costituente e offre materia di riflessione per affrontare il drammatico problema. Il 23 aprile 1947 l’Assemblea Costituente approva l’articolo che stabilisce il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire e educare anche i figli nati fuori dal matrimonio. Nel febbraio del 1955 verrà approvata la legge che abolirà l’uso dell’espressione “figlio di N.N.”

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