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Reperti antichi abbandonati e strutture storiche non valorizzate, la denuncia del professore Colucci:«Salviamo la memoria storica»

Pubblicato in data: 26/2/2011 alle ore:13:30 • Categoria: CulturaStampa Articolo

stallo ligneoValorizzare il patrimonio storico e culturale di Atripalda, promuovere un flusso turistico legato a Napoli e alle zone costiere e far conoscere ai giovani i beni cittadini: questi gli obiettivi che Amministrazioni e Istituzioni dovrebbero seguire secondo il professore Galante Colucci. «E’ una storia millenaria quella dei monumenti atripaldesi molti dei quali salvi grazie al Convento di via Cammarota – racconta lo storico originario di Baiano -. Il convento di Santa Maria della Purità fu fondato nel 1660 dalla famiglia Laurenzano, solo successivamente fu costruita la Chiesa di Santa Maria della Purità. Il convento ospitava le giovani dell’aristocrazia che in convento imparavano sia la religione che i tabernacololavori prettamente femminili come i ricami in oro per paramenti e arredi sacri. Le suore di clausura, fino agli anni Cinquanta, non avevano contatti con uomini se non con il Vescovo, unico autorizzato ad entrare nel convento, e comunicavano con l’esterno attraverso una grata posta all’ingresso».
Molti dei reperti storici cittadini furono salvati nel periodo post terremoto perché custodi all’interno del convento, «Mi attivai in prima persona con suor Beniamina per portare tutte le opere d’arte delle chiese devastate dalla scossa all’interno del convento. La Madre Superiora si mise a disposizione e tutte le opere furono ospitate qui per decenni. Dopo il terremoto nessuno se ne interessò più, io stesso fui deriso anche da qualche politico atripaldese ma andai avanti per la mia passione per la storia di Atripalda e per Baiano, il mio paese. Per circa vent’anni le opere furono custodite nel convento e poi, man mano, recuperate dalla Soprintendenza e restaurate. Ora quasi tutte si trovano al loro posto. Ho una rabbia per le opere che non sono riuscito a salvare, tutto il centro storico, intorno alla Chiesa dell’Annunziata, fu demolito da ruspe selvagge che distrussero anche lo Stallo Ligneo del 1600 e un quadro del 1700 raffigurante la Madonna dell’Annunziata, entrambi ubicati all’interno dell’oratorio della Confraternita situato alle spalle della Chiesa. Cercai di fermarli, ma demolirono tutto».
Diverse le opere che il professore Colucci ha contribuito a recuperare dalle macerie del terremoto e che sono state resti archeologici di età romanariconsegnate alla città, «Altra opera pregevole è il Tabernacolo rinascimentale ospitato adesso nella Chiesa di Sant’Ippolisto. Dopo il terremoto era andato disperso, ma sapevo che era all’interno della Chiesa Madre così portai una fotografia all’allora Soprintendente De Cunzo che diede disposizioni per ritrovare l’opera. L’architetto incaricato la trovò smembrata in una quindicina di pezzi, in una baracca alle spalle della Chiesa. Fu così riassemblata e collocata nella Cappella del Santissimo sulla navata destra».
Durante il sisma il professore Colucci ha recuperato anche una trentina di antichi registri della Confraternita dell’Immacolata Concezione attualmente conservati dal Priore. «Abbiamo recuperato dalle macerie e restaurato, insieme a Sabino Berardino e don Antonio Testa, parroco della Chiesa di Sant’Ippolisto, anche la Madonna della Cintura della Confraternita di Santa Monica collocata nella Chiesa di San Nicola, che durante il sisma, perse la parete di fondo proprio dove si trovava la nicchia della Madonna». Dall’Antica Abellinum allo Specus Martyrum, Atripalda è ricca di monumenti e reperti archeologici molti dei quali negli anni non sono stati adeguatamente valorizzati, «occorre maggiore pubblicità e collegamenti con i canali turistici di Napoli e delle città costiere. La maggior parte dei visitatori si concentra, infatti, su Pompei ed Ercolano trascurando le zone interne». Altri beni libricittadini, invece, sono completamente abbandonati, un esempio su tutti Palazzo Caracciolo, «è una storia infinita, ancora oggi si trova nello stato pre terremoto. La sua sfortuna fu che, dopo il 1980, il cavaliere Alvino, proprietario del palazzo, aveva deciso di venderlo, ma l’Amministrazione di allora, con sindaco Capaldo, non ne approfittò per recuperarla insieme alle opere all’interno: la statua del Fauno del 1500 e una fontana barocca del 1600 che penso appartenga allo scultore Cosimo Fanzago, autore della fontana dei Tre Cannuoli ad Avellino. Il proprietario chiese solo trecento milioni di vecchie lire». Di notevole importanza archeologica anche la Tomba a camera di via Tufara, «la tomba a madonna della cinturaipogeo con dodici scalini fu portata alla luce alla fine dell’800 e poi interrata di nuovo negli anni Quaranta. E’ una delle tombe più importanti in Irpinia: è fatta in travertino come solo alcune tombe che si trovano nel napoletano. Alcuni addirittura la fanno risalire all’epoca greca ma penso che appartenga alla vecchia necropoli romana. Occorrerebbe un progetto d’intervento per riportarla alla luce».
Attenzione anche alla Dogana dei Grani di piazza Umberto I, «la competenza della struttura è della Soprintendenza che ha un contratto trentennale con il Comune rinnovato pochi anni fa. E’ difficile, quindi, poterla utilizzare, servirebbe un’intesa tra le parti per poterla aprire meglio al territorio attraverso eventi e manifestazioni di un certo livello». In piazza sorge anche l’ex Convento di San Pasquale, «un progetto dell’assessore Guerriero lo voleva trasformare in un centro per anziani, bella idea ma da rivedere perché ora sta sorgendo il Centro Diurno in via Aversa».
Un patrimonio storico e culturale spesso poco conosciuto proprio dai giovani atripaldesi che pur vivendo in una città ricca di storia e arte spesso non ne conoscono la levatura: «La maggior parte dei giovani non ha memoria storica, bisognerebbe andare nelle scuole per far conoscere la nostra storia e portare i ragazzi a visitare i beni della propria città affinché entrino a far parte del loro bagaglio culturale».

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