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Sigilli ad Abellinum, la Soprintendenza al contrattacco

Pubblicato in data: 19/5/2011 alle ore:14:54 • Categoria: AttualitàStampa Articolo

abellinum«L’episodio dei sigilli apposti agli scavi dell’antica Abellinum, ad Atripalda, è un fatto molto doloroso dal quale è emersa l’impotenza assoluta dello Stato in questa vicenda giudiziaria vecchia di trent’anni»: spiega, quasi con rabbia, Adele Campanelli, la Soprintendente archeologa responsabile delle aree di Avellino, Salerno, Caserta e Benevento. «Sono stata all’Avvocatura dello Stato di Salerno per mettere a punto la strategia utile a farci rientrare in possesso di un pezzo di storia della Campania e dell’Italia». Perché gli scavi di Atripalda-Abellinum, un vero e proprio tesoro scientifico, culturale e archeologica, da ieri l’altro non appartengono più al patrimonio dello Stato ma sono ritornati a essere proprietà privata, visto che Biagio Franza, dirigente del Genio civile di Salerno e commissario ad acta nominato per eseguire la sentenza del Tar, ha provveduto alla restituzione dei terreni sui quali ricade l’antica domus romana alla famiglia Dello Iacono. Il sito di Atripalda ha ora i sigilli. Accoglie le botteghe e l’impianto del decumanus, altre alla domus romana appartenuta quasi certamente a Marco Vipsanio Primigenio, liberto di Vipsanio Agrippa, il genero dell’imperatore Augusto. La struttura ha restituito pareti affrescate con pitture del III e IV stile pompeiano. Ma come siete arrivati alla restituzione dei monumenti? «Vede – riprende la soprintendente – c’è stata una lotta costante contro i proprietari del terreno che hanno impugnato tutti i provvedimenti emessi e dunque hanno condotto la Soprintendenza su un terreno del contenzioso a oltranza il cui ultimo atto è stato l’annullamento del decreto di pubblica utilità emesso per espropriare l’area». Ci sono stati errori nel portare avanti la pratica di esproprio? «No, è una vicenda così complessa che proprio non credo si possa dare colpe ad alcuno per quanto è successo. Non parlerei di errore: direi piuttosto di una mancata accettazione da parte del privato che la sua proprietà possa diventare pubblica, dello Stato, perché contiene un monumento antico. Lui continua a sostenere che si tratta di pietre vecchie ma non considera che invece possa trattarsi di un grande tesoro culturale e scientifico». Quindi? «Questa pratica gestita negli anni, passando nei diversi tribunali, ha prodotto una serie di difficoltà e ha consentito che errori banali, i quali possono verificarsi anche nelle procedure più o meno complesse, diventassero poi dei macigni: c’è stato un vizio di forma ed è stato dichiarato incostituzionale l’articolo che la Soprintendenza ha utilizzato per la dichiarazione di pubblica utilità dell’area. Però la situazione di Atripalda non è unica. L’articolo 43, appunto quello che viene utilizzato per espropriare le aree di pubblica utilità e che è stato dichiarato incostituzionale, sta facendo danni un poco in tutta l’Italia. A questo punto, il proprietario ha messo i lucchetti e noi siamo fuori casa». Adesso cosa farete? «Attiveremo una nuova procedura – spiega Campanelli – Ci muoveremo di concerto con l’Avvocatura dello Stato e il ministero per i Beni culturali. Insomma, interverremo con altri mezzi. Certamente, però, l’atto di ieri l’altro è stato amaro per chi ha lavorato sul sito e per i cittadini di Atripalda che sono orgogliosi di questo tesoro culturale. Così come ha fatto male agli alunni delle scuole che dovevano visitare il sito e che per adesso, nonostante fossero prenotate da tempo, non potranno più vederlo». «Però non è finita. – agggiunge la soprintendente – Per adesso il proprietario ha vinto uno a zero. Ma c’è ancora l’incontro di ritorno».

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