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Scippo Antica Abellinum, lettera aperta di Francesco Barra al Procuratore della Repubblica Di Popolo: “Sequestrate quell’area”

Pubblicato in data: 23/5/2011 alle ore:15:45 • Categoria: AttualitàStampa Articolo

francesco-barraEgregio Sig. Procuratore della Repubblica,
Vorrà scusarmi se scelgo proprio Lei come interlo­cutore, ma, oltre a conoscere la Sua capacità di coniugare rigore giuridico e sensibilità intellettuale, a chi se non a Lei, quale rappresentante istituzionale della Legge, è possibile, nell’assordante silenzio delle Istituzioni, esprimere il disagio e lo sgomento di un cittadino di fronte ai surreali, grotteschi ed incredibili eventi di questi giorni, relativi all’area archeologica dell’antica Abellinum?
Come Ella sicuramente saprà, una singolare e sicuramente “creativa” (definiamola così) sentenza del Tar di Salerno ha sancito l’irrilevanza storico-archeologica di tale sito – che risulterebbe non provata, nonostante una ininterrotta e nobilissima tradizione di studi – da Teodoro Mommsen a Gennaro Aspreno Galante, da Amedeo Maiuri a Francesco Scandone, da Leopoldo Cassese ad Oscar Onorato, da Mario Napoli a Werner Joannowski (tutti nomi evidentemente ignoti al consesso giuridico salernitano), una serie infinita e secolare di rinvenimenti e, infine, regolari scavi scientificamente condotti dalla Sovrintendenza nell’ultimo trentennio. In osservanza di tale assunto così platealmente falso, materialmente e storicamente, lo stesso Tar ha disposto la riconsegna dei suoli ai proprietari originari. E ciò senza minimamente considera re che non si trattava più dei terreni agricoli espropriati negli anni Settanta del passato millennio, ma di un sito archeologico di estrema rilevanza, dove scavi e restauri hanno portato alla luce una parte significativa dell’impianto urbano dell’Abellinum romana, con edifici di gran pregio storico-archeo­lo­gico.
Con ulteriore eccesso di zelo, il Tar ha poi disposto la restituzione ai presunti proprietari tramite l’intervento di un commissario ad acta (l’interesse pubblico del caso era evidentemente preminente ed urgente), il quale si è con solerzia affrettato a porre i sigilli all’area, impedendo alla Sovrintendenza di effettuare una pur ovvia quanto indispensabile inventariazione dei beni mobili ed immobili (depositi, materiali, affreschi murali ecc.) insistenti nell’area stessa, e che sono e restano comunque di proprietà pubblica.
Il Sindaco di Atripalda, nel denunciare pubblicamente l’abnorme sentenza (abnormità derivante dalla sua infondatezza di diritto e di fatto, dalla sua illogicità, dalla sua antigiuridicità e persino dalla sua incostituzionalità, giacché la Costituzione sancisce all’art. 9 tra i suoi principi fondamentali che “la Repubblica tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione”), ha richiesto l’intervento sia della magistratura contabile che di quella penale, allo scopo di accertare come e perché si sia potuto giungere a tale risultato; e ciò anche tenendo presente che ai proprietari sarebbe stata da tempo versata una favolosa indennità di esproprio, pari a circa 17 milioni di euro (forse, se gli avessero espropriato il Colosseo avrebbero lucrato di meno; ma evidentemente nemmeno questo gli è bastato).
Che le due magistrature competenti indaghino e vadano a fondo della questione è altamente auspicabile, ed anzi indispensabile, ma il problema che ora si pone urgentemente e preliminarmente è quello della salvaguardia e della custodia del sito archeologico. Si tratta infatti di un’area di oltre 24mila metri quadri, oggi abbandonata a se stessa in quanto non più custodita e sorvegliata, e consegnata a proprietari che, oltre a vivere e risiedere a Como, e quindi non in grado di assicurane la custodia, hanno pubblicamente definito l’area archeologica stessa, a quanto riferisce la stampa, “immondizia”, così certificando essi stessi la loro soggettiva ed oggettiva inaffidabilità. Un'”immondizia” – aggiungiamo noi – che però si è trasformata per loro in oro, facendone dei miliardari (speriamo tali anche per il Fisco), se sono vere le cifre denunciate dal Sindaco di Atripalda
E’ così avvenuto, Sig. Procuratore, che un bene culturale di altissima importanza, la cui valorizzazione è costata alla comunità nazionale un ingente sforzo economico in termini di esproprio, scavi, restauri e gestione, è divenuta di fatto “res nullius”, così determinando una gravissima condizione di pericolo per il bene stesso a causa di possibili usi impropri, sottrazioni di reperti, danneggiamenti agli edifici e vandalismi vari (i recenti raid vandalici di cui sono rimasti vittime l’ex GIL e il Parco S. Spirito dovrebbero costituire segnali allarmanti in proposito).
Di fronte a tale scandalosa situazione, mentre il Ministero competente “segue” la questione, l’Avvocatura dello Stato “studia” il caso e la Sovrintendenza si accinge a un rinnovo dell’esproprio (con una nuova, ulteriore indennità miliardaria?), l’opinione pubblica, la comunità degli studiosi, la città di Atripalda, e l’intera Irpinia si attendono da Lei un segnale forte e inequivocabile che valga a restituire la fiducia nello Stato, nelle Istituzioni e nella maestà della Legge, che da questa vicenda, non degna neppure di qualche “repubblica delle banane”, rischiano di uscire del tutto ridicolizzati.
E quindi, poiché ricorrono tutti gli estremi previsti dalla legge in termini di “notitia criminis”, di interesse pubblico, di urgenza e di necessità, disponga, a scopo cautelativo, la messa sotto sequestro giudiziario dell’area archeologica di Abellinum e ne affidi la custodia e la tutela – in attesa delle successive decisioni giurisdizionali – alla Sovrintendenza Archeologia, che l’ha sinora gestita e preservata. In conclusione, Sig. Procuratore, solo un Suo autorevole intervento, con l’invio dei Carabinieri alla Civita di Atripalda, potrà confermare ai cittadini che si vive ancora in uno Stato di diritto, che le Istituzioni non solo esistono ma che intendono pure garantire un interesse pubblico così rilevante, sancito e tutelato persino costituzionalmente, quale è quello dell’area archeologica di Abellinum.

FRANCESCO BARRA

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