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Piazza Carlo Giuliani, Ragazzo. La nota di Salvatore Antonacci (Pd)

Pubblicato in data: 20/7/2011 alle ore:11:06 • Categoria: Politica, Partito DemocraticoStampa Articolo

piazza carlo giuliani“…Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore, ma come quella vita giovane spenta, Genova muore…” così canta Guccini nella sua canzone Piazza Alimonda, una ferita aperta che dopo dieci lunghi anni sanguina ancora e chiede ancora giustizia.
Difficile non cadere nella retorica, ma la vita spezzata di Carlo Giuliani pesa come un macigno sulla vita delle istituzione democratiche italiane. Una ferita grave questa, che dura.
I quotidiani del 21 luglio del 2001 riportarono immagini ed articoli strazianti, Michele Sartori su l’Unita descrisse così quello che successe: “Genova è un Vietnam, sotto l’incessante colonna sonora da Apocalypse Now degli elicotteri, le volute di fumo nero, gli incendi, gli scontri, il suono delle sirene….”
Una città quella di Genova ridotta ad un campo di battaglia, dove la forza del dialogo e l’intelligenza dell’umile pratica dell’ascolto furono ben presto soppiantate dal fumo dei gas lacrimogeni e dall’odore acre delle bottiglie molotov infrante.
Le volontà politiche da perseguire al fine di salvaguardare la dignità della vita e di uguaglianza di ogni singolo individuo dovettero ben presto fare i conti con la tragedia che di li a poco si abbattè.
In campo c’erano persone, giovani, anziani, donne e bambini, testimoni con la loro testa e col loro corpo, di un rifiuto radicale dell’esaltazione dell’individualismo più becero proposto come il nuovo modo di vivere la modernità.
In quel tipo di società queste persone proponevano un’individualità diversa, quella che sentiva che la libertà non era tale se non era condivisa, che non era possibile il benessere in un mondo che accresceva la disuguaglianza; Genova rappresentava il momento per riconoscersi, per stare insieme, per gridare che un altro mondo era possibile al cospetto dei potenti della Terra.
Ma prese il sopravvento “la meschinità” e l’arroganza di pochi stupidi che non fecero nessuna differenza tra il manifestare e l’abbandonarsi ad atti vandalici ed alla guerriglia urbana.
La violenza di pochi stupidi, che si nascosero dentro tute e caschi di colore nero mortificò le sensibilità di chi non solo aveva deciso di manifestare pacificamente ma di quel movimento di pensiero, di quella straordinaria stagione sociale che proponeva come unico vessillo le bandiere della pace animate dal senso di uguaglianza figlio delle coscienze di ogni uomo libero.
La violenza dei black block e della forze dell’ordine si abbatté su queste donne, su questi uomini, su questi ragazzi, in maniera incomprensibile, assurda, una brutalità unica.
La risposta delle forze dell’ordine, come a volte capita, prese di mira proprio i più miti e indifesi, generando un senso di sgomento e di sfiducia nelle istituzioni democratiche e in chi dovrebbe far rispettare la legge.
Una perdita della credibilità complessiva delle istituzioni.
Ha provato a sanarle il giudice che nella sentenza per i fatti di Bolzaneto ha chiesto che i colpevoli pagassero per gli eccessi e per la colpa gravissima di aver fatto perdere credibilità nella giustizia.
Quando sull’asfalto si raccoglie il corpo di un uomo, chiunque esso sia, è la fine di ogni possibilità di costruzione di un futuro migliore.
Il colore rosso del sangue di Carlo Giuliani, non è diverso dal colore del sangue di ognuno di noi, anche di quel carabiniere di vent’anni che sparò forse solo perché in quel preciso momento la paura si intrecciò con il suo istinto alla difesa.
Quel giorno perdemmo tutti, le istituzioni, le forze dell’ordine, il movimento no-global, quel 20 luglio 2001 perse lo Stato.
Rimase notte tempo quella scritta su quella targa, Piazza Carlo Giuliani Ragazzo, scritta con una bomboletta spray di colore blu.
Ma oggi ancora più di dieci anni fa viene da chiedersi quanto vale la vita, quanto vale il coraggio delle proprie idee e soprattutto fino a dove si può arrivare; la battaglia per l’affermazione dei diritti dell’uomo non può fermarsi , non può vincere né l’egoismo di pochi né tanto meno la violenza di pochi idioti.
Non dobbiamo rinunciare a batterci per la giustizia e l’affermazione dei diritti dei più deboli, per una società più giusta e per un mondo migliore. Non vogliamo, non dobbiamo, non possiamo.

COORDINAMENTO
TERRITORI E NUOVE GENERAZIONI

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