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“Migrazioni: memoria e futuro”, ieri mattina convegno in ricordo di Biagio Venezia. L’intervento del professor Toni Ricciardi. FOTO

Pubblicato in data: 28/5/2017 alle ore:15:00 • Categoria: CulturaStampa Articolo
Si è svolto ieri mattina l’incontro annuale in memoria di Biagio Venezia, del quale ricorre il terzo anniversario della scomparsa il 24 maggio.
Il seminario sui temi della migrazione e delle migrazioni, nell’ambito della manifestazione “Il Libro in fiera 2017”, si è tenuto presso il Convento S. Maria della Purità di via Cammarota.
“Migrazioni: Memoria e Futuro” è stato il titolo delle riflessioni dalla migrazione dall’Irpinia alle migrazioni di oggi, che ha visto la partecipazione del vice presidente del Centro Guido Dorso, Nunzio Cignarella, del segretario generale SPI CGIL Avellino, Dario Meninno e l’intervento di Toni Ricciardi, storico delle migrazioni dell’Università di Ginevra, autore di un saggio sulle migrazioni, di Domenico Sarno, professore ordinario dell’Università della Campania “L. Vanvitelli” e dello storico e giornalista Paolo Speranza. Il seminario si è concluso da un monologo a tema del regista Marco La Placa.
Di seguito pubblichiamo l’intervento del professor Toni Ricciardi dell’Università di Ginevra su ” Migrazioni: memoria e futuro. Riflessioni dalla migrazione dall’Irpinia alle migrazioni di oggi”.In uno dei primi sondaggi della Repubblica, alla fine degli anni quaranta, la Doxa rilevò come oltre il 50% dei maschi italiani avesse la predisposizione ad emigrare. Qualche mese fa, l’80% dei genitori, in particolare del Sud Italia, ha dichiarato di essere convinto che i figli debbano emigrare. Per avere un quadro di riferimento, si pensi che al censimento del 1951 l’età media della popolazione italiana era di circa 30 anni, con una struttura demografica simile ad Albania, Tunisia o Turchia di oggi. Al contrario, l’Italia attuale ha una struttura demografica che supera per invecchiamento il Giappone e la Germania e, in questo quadro, la provincia di Avellino, insieme a quella di Benevento, è tra le più anziane della Regione Campania e al di sopra della media nazionale. Se l’indice di vecchiaia in Italia è pari al 161,4% (117% in Campania), in Irpinia raggiunge il 164,2%. Analizzando nel dettaglio regionale questi dati, scopriamo come, tra i Comuni più anziani troviamo quelli del Sannio, del Cilento e della Provincia di Avellino. Solo per citare alcuni dei dati più eclatanti: 8° posto Greci, 490,6%; 9° Cairano, 475%; 19° Chianche, 376,7%; 24° Sant’Andrea di Conza, 356%; 30° Guardia Lombardi, 341,8%; 37° Calitri 319,4%. In altre parole, più della metà dei borghi irpini è abitato da più del doppio di anziani rispetto alla media nazionale e, come se non bastasse, l’Istat qualche settimana fa e la Fondazione Migrantes da quasi un decennio hanno certificato il progressivo invecchiamento delle aree appenniniche del Sud Italia, dove già a partire dal 2030 si registreranno, se questi resteranno i dati, la scomparsa di numerosi campanili. D’altronde, se un Comune medio irpino (ca. 2000 abitanti) perde 25-30 residenti l’anno, i Comuni al di sotto dei mille, tra il 2030 e il 2065 sono destinati, inesorabilmente, a divenire polvere. Questi dati sono indubbiamente indicatori demografici, ma nella sostanza sono la rappresentazione di una difficoltà strutturale che ha radici ben più profonde e lontane. E ancora, se da un lato, essi rappresentano un’indicazione – si spera una previsione errata per il futuro – dall’altro sono anche rilevatori di un passato e di una memoria che dovrebbero farci interrogare su cosa significhi realmente oggi, come ieri, Irpinia. Quali siano realmente la sua identità e la sua civiltà. Essendo questa provincia, pur nella sua marginalità, un pezzo del paese, probabilmente, sforzarsi nel tentativo (indubbiamente provocatorio) di rintracciare un filo comune tra la storia d’Italia – dalla sua Unità ai giorni nostri – e la storia plurisecolare della sua migrazione, potrebbe fornirci qualche chiave di lettura, e perché no, si spera, qualche soluzione.

Allora, poniamoci una domanda: come decliniamo il concetto di civiltà italiana, ammesso che esista e che abbia senso parlare di civiltà nazionale o territoriale?

Una suggestione, più che una risposta, è rintracciabile nella rappresentazione architettonica della civiltà italiana, ovvero, il “Palazzo della civiltà italiana” (quartiere Eur, Roma). I lavori iniziarono nel luglio del 1938, anche se incompleto venne inaugurato nel 1940 e concluso nell’immediato secondo dopoguerra. Il palazzo nelle quattro testate riporta la scritta: “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigatori”. In altre parole, da Colombo alla valigia di cartone, la migrazione, anche per il fascismo – che volutamente e erroneamente è stato rappresentato dagli storici, per decenni, come regime contrario alle migrazioni – fu un elemento della presunta italica civiltà. Siamo stati un popolo di migranti e lo siamo ancora oggi, e probabilmente lo saremo per sempre. D’altronde, lo furono i veneti come i lombardi o i piemontesi, gli inglesi come i tedeschi, gli irlandesi o i polacchi, come lo furono i siciliani in Tunisia nell’Ottocento, o i tanti che oggi non definiamo più emigrazione, bensì mobilità. Eppure, nonostante la storia dell’umanità, della sua civiltà – perché non esiste una civiltà nazionale, figurarsi una territoriale o legata al proprio campanile – si sia evoluta, migliorata, arricchita e progredita grazie all’interscambio tra persone e quindi tra usi e costumi (per dirla in maniera semplice), oggi non riusciamo ad accettare proprio l’interscambio. D’altronde, come si fa ad accettare la morte del proprio campanile? Come si può accettare la polverizzazione della propria comunità? O peggio, che la casa popolare venga assegnata alla famiglia di migranti nel minuscolo borgo d’Irpinia, rispetto a quella di giovani “indigeni”? Eppure è già successo in altre parti d’Europa, come in altre parti d’Italia. Ieri come oggi.

Allora come si fa? Probabilmente, ma anche questa è una suggestione, o forse no, riscoprendo e accettando, intanto, cosa siamo stati e cosa siamo. Assumendo la consapevolezza che la nostra identità, ammesso che abbia senso parlare di identità, altro non è che il prodotto di millenni di interscambi, di contatti con l’altro che hanno, questi sì, prodotto nel bene e nel male, la civiltà umana. Probabilmente, dovremmo definitivamente abbandonare la retorica della comunità, che se da un lato ci dà la sicurezza di tradizioni nelle quali siamo cresciuti e ci siamo formati, parimenti ci tiene inchiodati a processi che non sono in grado di farci capire e quindi accettare l’altro. E se la civiltà italiana non esiste, nel senso che non è rintracciabile nei suo confini territoriali, bensì, come pezzo di una ben più grande e globale, parimenti, non esiste, vista la sua storia, una civiltà irpina da preservare.

E se la migrazione, ieri come oggi, è stata ed è sofferenza, distacco, ma allo stesso tempo ricchezza e crescita, in tutti i sensi, analizzarla e comprenderla ci aiuta a dare senso alle parole in ricordo di Biagio Venezia: “La vera memoria è quella del futuro, quella che permette di essere pienamente se stessi, non ripiegandosi nel passatismo e consolandosi con una fantomatica ‘età dell’oro’ ormai fatalmente smarrita, ma aprendosi a un progetto di continua scoperta”.

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