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“Luigi Sessa e l’avventura americana”, nota di Lello La Sala

Pubblicato in data: 20/9/2017 alle ore:15:34 • Categoria: CulturaStampa Articolo

In questi giorni è tornato nella sua città natale Luigi Sessa. Dopo 15 anni si riaffaccia sulle rive del Sabato per rituffarsi negli scorci sempre più rari della sua infanzia e, dove non lo aiutano i luoghi, ricorda. Entriamo nella Dogana a rivedere il portale dell’imponente Palazzo di famiglia, del quale ricorda soprattutto il giardino, e l’Ufficio Poste e Telegrafo, diretto dall’omonimo zio Luigi (il fratello del nonno Giuseppe). Era figlio di Ernesto (che non era nato ad Atripalda, ma negli States e questo gli aveva dato il ‘privilegio’ della doppia cittadinanza). Ramo ‘povero’ della famiglia Sessa, che aveva patito il disastro della guerra e del dopoguerra. Oggi Luigi ricorda una vita impegnata nel lavoro, e che lavoro: litografo e stampatore di edizioni d’arte per la National Gallery di New York (e sempre negli USA, anche di una brochure disegnata da Massimo Vignelli per i Feudi di San Gregorio), opere di pregio, e il desiderio di rivivere i luoghi dell’infanzia e ripercorrere la storia di famiglia. Ci soccorre la documentazione dell’archivio Storico Comunale e si dipana il filo di un’avventura imprenditoriale e dell’ascesa verso il patriziato cittadino di una famiglia di Maestri ramari e calderari che si trasferisce ad Atripalda dal casale di Fisciano di Mercato Sanseverino. Che era il polo industriale nel Principato Citra, del feudo dei Caracciolo, duchi di Atripalda e Principi di Avellino, dalla seconda metà del ‘500. Il trasferimento della famiglia Sessa ad Atripalda, ed il successivo incardinamento nella realtà socio economica cittadina, era legato alla vocazione imprenditoriale e protoindustriale dei Caracciolo che, grazie allo sfruttamento dell’energia idraulica ed un diffuso sistema di canalizzazione, avevano impiantato, o implementato, lungo i numerosi corsi d’acqua della valle del Sabato un robusta e capillare attività di opifici (ferriere, gualchiere, ramiere, mulini, cartiere che alimentavano anche una fiorentissima attività commerciale ad esse connessa). Fu Gaetano Sessa, che si affacciava sulla scena cittadina con una consistente disponibilità finanziaria, ad avviare una progressivo slittamento degli interessi economici familiari dall’industria alla proprietà fondiaria. Una opzione che intercettava anche la quota dotale e le mature ambizioni della famiglia della moglie Mariantonia Salvo, che da circa un secolo gestiva le ferriere del Principe, migliorandone i processi produttivi. La regimentazione delle acque in località Pietramara e soprattutto la costruzione dell’imponente palazzo di famiglia, che cominciava a definire lo spazio del Largo Mercato, manifestavano una chiara volontà di autorappresentazione nel patriziato atripaldese. Impressione confermata da una prima indagine negli atti notarili che attestano cospicui investimenti fondiari, oltre che dagli importanti ruoli amministrativi rivestiti tra ‘700 e ‘800. Processo culminato nel 1790 e fino al 1792, con la elezione di Gaetano Sessa alla carica di Sindaco. Altri Sessa ricoprirono la carica di sindaco e di eletto, oltre che di Decurione (assessori e consiglieri, diremmo oggi) fino all’Unità d’Italia, per sparire poi velocemente di scena. Nel 1810 toccò a Salvatore Maria Sessa, figlio di Gaetano; nel 1830-33 ad Antonio Sessa, antenato diretto del nostro Luigi (Atripalda, 1931), e nel 1853-58 a Lucio Sessa. Nel regno unitario tuttavia, pur conservando alcuni rami della famiglia un discreto patrimonio, cominciavano a registrarsi cedimenti e difficoltà, dovute innanzitutto alla crisi delle attività produttive che smantellarono nel giro di pochi anni un’industria ed un commercio che avevano fatto fatica ad ammodernarsi. Con qualche importante eccezione: per esempio l’attività di commercio e produzione vinicola della ditta Michele Mastroberardino che riuscì a superare la crisi di fine sec. XIX, inizio XX sec., in un settore gravemente compromesso dalla fillossera, aprendosi nuovi sbocchi commerciali e nuove opportunità, proprio sui percorsi dell’emigrazione transoceanica.
Luigi colleziona i vini Mastroberardino e promette di stappare una delle sue pregiate bottiglie. Per sentirsi sempre un po’ a casa e magari per salutare, alle prossime presidenziali, la sconfitta di Trump. Prosit.

Raffaele La Sala

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