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Settantuno anni fa alle Fosse Ardeatine fu trucidato il capitano Raffaele Aversa, il ricordo di Lello La Sala

Pubblicato in data: 24/3/2015 alle ore:21:17 • Categoria: CulturaStampa Articolo

Capitano Raffaele AversaSettantuno anni fa si consumava la feroce rappresaglia nazi-fascista delle Fosse Ardeatine. Tra quelle vittime, dopo aver subito atroci torture nella prigione di via Tasso, c’era anche Raffaele Aversa. Nessuno ha trovato, mi pare, il tempo di ricordarlo in questo nostro livido presente senza memoria e senza qualità.
Mi piace riportare un ampio stralcio della voce curata per il “Dizionario Biografico degli Irpini” da Francesco Barra e da me.

Raffaele AVERSA (Labico 2 settembre 1906 – Roma, Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944).

Nacque a Labico, in provincia di Roma, dove il padre Alfonso, brigadiere dei RR.CC., risiedeva per causa di servizio. Sia il padre che la madre, Mariangela Aquino, erano nati ad Atripalda, dove vissero per lunghi periodi, fino al 1942, e dove Raffaele conservò la sua residenza anagrafica fino al 1931, quando si trasferì a Firenze.
Allievo presso la Scuola Carabinieri di Roma, presso la Scuola sottufficiali di Firenze e infine presso l’Accademia militare di Modena, partecipò come volontario alla guerra d’Africa e successivamente, durante il secondo conflitto mondiale, alla campagna di Russia, venendo addetto ai servizi segreti militari (SIM). Più volte decorato, nel 1943 fu chiamato al comando, con il grado di capitano, della compagnia “Tribunali” di Roma.
Per ordine del capo di Stato maggiore generale Ambrosio, il generale Cerica, nuovo comandante dei Carabinieri, e il tenente colonnello Frignani, responsabile del “Gruppo Interno” della capitale, alle ore 14 di domenica 25 luglio convocarono telefonicamente d’urgenza i capitani Aversa e Vigneri, per incaricarli, perché «fidati e discretissimi», di procedere all’arresto del duce a Villa Savoia. […]
Il 7 ottobre, insieme a tutti gli ufficiali dei RR.CC. di Roma, venne convocato nella caserma Podgora, dove si ordinò loro di consegnare ai tedeschi tutti i loro uomini, pena gravi rappresaglie anche contro le famiglie. Si oppose a ciò vivacemente, anche allo scopo di guadagnare tempo; aveva infatti fatto uscire dalla sala alcuni suoi ufficiali, che telefonicamente diedero l’allarme alle stazioni della compagnia, riuscendo così a far mettere in salvo la gran parte del personale. Tornato al suo comando, lo trovò occupato da reparti della Milizia e della PAI; ma quasi contemporanemente giunse un reparto tedesco, che prima li arrestò in blocco, poi mise in libertà i fascisti; approfittando della confusione, Aversa riuscì a mettersi in salvo.
Cominciò allora il periodo di clandestinità. Dapprima si rifugiò in casa di un amico e concittadino, il commissario di PS Laurenzano, capo della segreteria particolare del capo della Polizia fascista, Tamburini. Passò poi – il 28 ottobre – in casa dell’amico Guercio, sistemando altrove la moglie e la figlioletta. Munitosi di documenti falsi, intestati al «dott. Aquino, procuratore del Re di Avellino», si impegnò col Guercio a riorganizzare e raccogliere i carabinieri sfuggiti alla cattura e a mettersi in contatto con i rappresentanti della resistenza e del governo regio. Riuscì in effetti ad organizzare nel Fronte militare clandestino circa 1.500 uomini, poi giunti a 5.000, superando, grazie alla sua audacia e alla sua eccezionale capacità organizzativa, enormi problemi di finanziamento, copertura, tesseramento annonario e collegamenti. Il 6 novembre riuscì a mettersi in contatto con il colonnello Cordero di Montezemolo, capo dell’organizzazioni militare clandestina, di orientamento strettamente monarchico, di cui diviene il più importante collaboratore. Sebbene continuamente braccato dalla polizia tedesca, Aversa riuscì a compiere uno straordinario lavoro di raccolta di informazioni militari sugli apprestamenti difensivi tedeschi (particolarmente importanti quelle relative ad Ostia e all’Abruzzo), di neutralizzazione di spie, di schedatura di collaborazionisti, e soprattutto di preparazione della presa del potere – da avvenire pacificamente e nella legalità istituzionale – al momento della ormai prossima ritirata dei tedeschi.
Fu probabilmente quest’ultimo e politicamente delicatissimo aspetto della sua attività, malvista dai settori più politicizzati e più estremisti della resistenza, a costargli la vita.
[…]
Il 25 gennaio, a poche ore dallo sbarco di Anzio, Bonomi registrava con preoccupazione il minaccioso precipitare della situazione verso un possibile confronto militare tra le diverse forze resistenziali:
“L’approssimarsi della liberazione di Roma (si spera che gli anglo-americani siano qui fra pochi giorni) rende nervosi e impazienti i componenti del Comitato Esecutivo e della Giunta Militare, incaricati di prendere, con i partigiani armati, il comando della città. Gli elementi più accesi vorrebbero impedire che le truppe badogliane (le truppe regie, come vengono indicate con un senso spregiativo) avessero una prevalenza in Roma, la quale dovrebbe essere occupata nei suoi punti vitali soltanto dalle forze del Comitato di Liberazione Nazionale. I più agitati prevedono che, nell’intervallo tra l’uscita dei tedeschi e l’ingresso degli anglo-americani, vi saranno conflitti tra le forze fedeli a Badoglio e quelle fedeli al Comitato di Liberazione.”

Sta di fatto che, per effetto di una classica “soffiata”, non certo casuale, il 23 gennaio, proprio quando lo sbarco di Anzio faceva supporre imminente la caduta di Roma, Aversa e il gen. Caruso caddero in trappola nella casa del col. Frignani, già catturato dalle SS, e il giorno dopo fu la volta di Montezemolo. Accusato di cospirazione ed intelligenza con il nemico, scontava soprattutto, agli occhi dei nazifascisti, la sua partecipazione all’arresto del duce. Sottoposto a sevizie e torture, non cedette, riuscendo anzi a far giungere all’esterno notizie, incitamenti e istruzioni per i suoi collaboratori, nonostante che anche la moglie fosse stata incarcerata. La prova di ciò sta nel fatto che nessuno della rete clandestina di Aversa poté essere catturato.
[…]

I tentativi per liberarlo erano comunque a buon punto, quando l’attentato di via Rasella e la conseguente, feroce rappresaglia tedesca fecero precipitare la situazione, e l’eroico capitano finì trucidato il 24 marzo 1944 nell’eccidio di massa delle Fosse Ardeatine. Aversa ed altri ufficiali che caddero con lui (Montezemolo, Frignani, Talamo ecc.) erano depositari di delicati segreti politici (il colpo di Stato del 25 luglio, l’arresto di Mussolini, l’eliminazione di Muti, la mancata difesa di Roma), e troppi, e di diverse parti politiche, avevano interesse a farli tacere per sempre. Come scrisse il maggiore Guercio, si trattò di una fine sicuramente tragica ma «forse, divinamente ideale per chi come lui ha sempre dato senza alcun desiderio di riconoscimento terreno, pago della mistica bellezza del dovere compiuto per la Patria».
Il 16 settembre dello stesso anno Atripalda gli eresse un monumento funebre e lo ricordò con una orazione di Costantino Preziosi. Gli fu assegnata la medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione: «Ufficiale dei CC.RR. comandante di una compagnia della Capitale, opponeva dopo l’armistizio, all’azione aperta ed alle mene subdole dell’oppressore tedesco e del fascismo risorgente, il sistematico ostruzionismo proprio e dei dipendenti. Sfidava ancora i nazi-fascisti sottraendo i suoi uomini ad ignominiosa cattura. Riannodatene le file e raccolti numerosi sbandati dell’Arma, ne indirizzava le energie alla lotta clandestina, cooperando con ardore, sprezzante d’ogni rischio, a forgiare sempre più vasta e possente compagine. Arrestato dalla polizia tedesca come organizzatore di bande armate, sopportava per due mesi, nelle prigioni di via Tasso, sevizie e torture che non valsero a strappargli alcuna rivelazione. Fiaccato nel corpo, indomito nello spirito sempre drizzato fieramente contro i nemici della Patria cadeva sotto la mitraglia del plotone di esecuzione alle Fosse Ardeatine».

Francesco Barra – Raffaele La Sala

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