alpadesa
  
Flash news:   “Avellino oltre lo sport”, anche quest’anno i disabili irpini fanno sentire la loro voce Un video per riflettere: “Sia sempre 3 dicembre” Coronavirus, mai tanti morti in un solo giorno in Italia: 993 e 23.225 positivi. In Campania 2.295 nuovi contagiati Coronavirus, su 141 nuovi positivi in Irpinia 4 contagi si registrano ad Atripalda Nuova ondata di furti nelle case: cresce la paura tra Atripalda, Cesinali e Aiello del Sabato Coronavirus, l’appello di una mamma al sindaco di Atripalda: «Non riapra le scuole!» “AvelliNoSmog, Centraline contro l’aria inquinata. Subito!”, al via la petizione lanciata da venti associazioni Buon compleanno al nostro fotoreporter Mario D’Argenio Auguri di buon compleanno all’imprenditore Vincenzo Iervolino Consiglio comunale saltato, il gruppo d’opposizione “Noi Atripalda” attacca: «Amministrazione negligente, superficiale e incapace» Viola l’ordinanza di affidamento condiviso delle figlie minori: assolta madre atripaldese

“Il Fuoco e la Cenere”, Giullarte nel racconto di Gabriele De Masi

Pubblicato in data: 19/9/2017 alle ore:19:00 • Categoria: Cultura

Accese le luminarie a Capo La Torre, di lì a poco, la gente sarebbe affluita numerosa per i vicoli nelle piazzette, fino a tarda notte, per la festa di fine estate.
Bruno si vestiva da mangiafuoco, con cura. Strinse i coturni ai polpacci, appuntò le fibbie di cuoio, le borchie sulle spalle, assestò il gonnellino di lottatore, scurì la poca pelle delle guance, della fronte e i contorni agli occhi neri che brillavano su quella irsuta barba dello stesso colore. Raggomitolò a palline il cotone alla punta degli spilloni, li inumidì di nafta e olio di colza e li ripose con cura nel contenitore degli effetti speciali, con la borraccia del liquido infiammabile, il grasso e le creme. Solo le mani e le spalle lo tradivano nel lavoro, piccole e gentili, proprio di chi, prima di campare con le meraviglie di artista da strada, d’incantatore, aveva tanto pigiato sui tasti bianchi e neri, che, mai, però, gli concedevano, nonostante i tentativi, di vivere di musica.

S’era inventato questo mestiere quasi per caso, sbirciando un vecchio circense, fermatosi per caso nel suo paese, tanto tempo prima. L’aveva seguito da clown e, mentre si truccava e si rivestiva per un nuovo numero, gli aveva carpito tutti i segreti dello sputa e masticafuoco.

Si doveva recare alla piazza del Tempio Maggiore, come gli aveva indicato il maestro di festa. Quello era il suo posto. Bruno era quasi giunto all’inizio del labirinto dei vicoli del centro storico, quando si sentì superare dal passo leggero d’una fanciulla vestita con gli stracci di scena d’una Cenerentola. Non l’aveva mai vista. Allungò il passo per non perderla, agli angoli delle case, che sporgevano improvvisi dalle strette vie. “Thomas, chi è quella ragazza che s’è aggregata a noi per gli spettacoli di questa sera?” Bruno interrogò il suo amico svizzero giocoliere, incrociandolo, mentre, anch’egli in fretta, si recava in postazione. “Non so proprio. Ho sentito, però, che sarebbe dovuta arrivare una ballerina molto brava da Sarajevo. Sarà lei…” gridò, allontanandosi tra le file di persone che, come formiche, andavano e venivano per chissà quale meta e già riempivano l’aria di voci.
Bruno l’aveva nel trambusto smarrita e desistette. Giunse in uno spiazzo tondo di case basse, con capannelli di curiosi che facevano quinta a ogni muro con i gradini della chiesa per palco. Pensò di essere arrivato. Sbrogliò le sue cose per terra e stette seduto sulle gambe, quasi per comunicare l’ansia dell’evento nella concentrazione, facendo finta di recuperare forze, magie, energie soprannaturali, per ingannare il pubblico per quando avrebbe dovuto superare, uscendone indenne, le prove.

“Dai, mangiafuoco, facci vedere!” gridarono dal pubblico. Mentre pensava di iniziare, dalla strada vicina sentì giungere un canto lento, triste, modulato. Il suo piccolo pubblico, come richiamato da un flauto magico, corse verso quella musica e lo lasciò solo. Bruno non se ne rammaricò, preso anch’egli da quelle note. La gente, tanta, faceva muro e non si vedeva oltre. Quelli di dentro lo notarono e gli fecero spazio. S’aprì, pian piano, il pubblico e Bruno si trovò faccia a faccia con la Cenerina che mimava, danzando, la sua storia. Si guardarono un istante.

“Tu, cosa ci fai qua?”, si sentì chiamare dal maestro di festa, che l’aveva ingaggiato, “Devi essere davanti alla chiesa, t’aspettano!”.
Bruno non distoglieva i suoi occhi da quei passi accorti, circospetti nel racconto dettagliato di povera mimica fatta in punta di scarpette, né ascoltava il richiamo. Il pubblico era attonito. Non sapeva Bruno, se stesse gradendo o solo per noia. Cenerina gli roteò davanti. L’avvolse nei suoi stracci. Mangiafuoco allungò una mano nella sacca di pelle e ne trasse pugni di cocci rossi di vetro, che seminò in tondo per terra a mo’ di brace. Cenerina mimava, roteava, soffiava al fuoco spento di vetro, allungava le mani, le ritraeva al quel senso di freddo di spenta brace, quando Bruno si rannicchiò su quei cocci, come un gattino al camino.                                                                                                                                 “Oooh!”, esclamò il pubblico.
Cenerentola s’era, nel frattempo, cambiata d’abito. Bella e raggiante, si avvicinò, dopo tante piroette, a quel corpo sulle guglie taglienti, chinandosi lentamente, fino ad accostargli una mano al volto, come di carezza.
Mangiafuoco, d’un tratto, fece uscire dalle sottili labbra nella nera barba una luminosa vampa di fuoco che illuminò la Cenerina divenuta regina. “Oooh!”, rumoreggiò di nuovo il pubblico, che s’accostò ancor più alla scena per essere vicino agli artisti.
“Mangiafuoco devi stare nell’altra piazza…” lo chiamò un equilibrista di bici, mandato solerte dal maestro, che controllava ogni rione. “Fai presto, c’è gente anche là, che aspetta. E non ti scottare la lingua. Stanotte, ce ne andiamo tutti all’osteria, che l’organizzazione ha prenotato in un portone dove cucinano certi…”. Bruno sparò fiamme e fuoco, spruzzi alti, palle di luce con rimbombi di tuono, ricambiati dagli applausi dei tanti bimbi, ragazzotti e nonne, tutt’intorno e dai balconi. Fece tardi anche a trovare l’androne.

“È arrivato il mangiafuoco finalmente!” esclamò il maestro di festa, “Questo posto l’hai trovato, però. E non ti venire a sedere qua, ché puzzi di benzina e cherosene, fatti più in là. Anzi, mettetevi vicino al camino, ché pure se cadi dentro, ceppo duro, bruci lentamente, ma non ti scotti”. Risero in molti.
Bruno si andò a sedere in quel posto un po’ appartato. Restò da solo, un istante. Stanco.

“Sono la cenere…”, sentì alle spalle. “Ero all’altro capo del tavolo. Posso sedermi con te? Mi rifai quel giochino con le fiamme?”.

E del mangiafuoco, gli occhi, si incendiarono.

 

          Gabriele De Masi

Print Friendly, PDF & Email
Ti È piaciuto questo articolo? Votalo adesso!


Non saranno pubblicati commenti offensivi, diffamanti o lesivi della dignità umana e professionale di amministratori, politici o semplici cittadini. La redazione di AtripaldaNews si riserva la possibilità di pubblicare solo parte del contenuto, procedendo a tagliare le frasi offensive. Invitiamo i nostri lettori, nel rispetto delle regole di una società civile, a firmare con nome e cognome i propri commenti.

4 risposte a ““Il Fuoco e la Cenere”, Giullarte nel racconto di Gabriele De Masi”

  1. Carmela Nappo ha detto:

    il comune fa giullarte: chi paga per fare giullarte?

  2. Elveno mauriello ha detto:

    Atmosfere magiche ed ammalianti, racconto straordinario per genialità e contenuti,
    prezioso per la suggestiva proposta di frammenti di vita che cela eleganza e sensibilità.
    Complimenti all’autore Gabriele De Masi

  3. e’ sempre un piacere leggere il “maestro” prof. de masiììììììììììììììììììììì

  4. Francesco De Masi ha detto:

    Complimenti a mio Zio Gabriele.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *