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“Lettera aperta a mio padre”, Luigi Caputo ricorda commosso il papà Pasquale

Pubblicato in data: 23/3/2019 alle ore:13:41 • Categoria: CronacaStampa Articolo

Caro Papà,

l’ultimo libro di Sabino Cassese giace intonso sulla scrivania. Avevo pensato di regalartelo per la festa del papà, ma il corso degli eventi ha preso purtroppo un’altra direzione. Sei venuto a mancare il 15 marzo ad Ariano, paese di origine della nonna, in un ospedale complessivamente scadente e in un ambiente chiuso e a tratti ostile. So che, partendo dal tuo illustre concittadino, avresti cominciato a sciorinare ricordi della vecchia Atripalda, del centro storico, di via S.Giacomo. L’”atripaldesità” come valore aggiunto, come importanza delle radici, non come feticcio.  Un’appartenenza che non ti mai impedito di levare alto il tuo sguardo sul mondo, di vivere pienamente il tuo tempo, da roccioso uomo del Novecento. Quel mondo in cui hai vissuto seguendo due grandi stelle polari: il cristianesimo come fede religiosa e il socialismo come fede politica. Questi sei difficili e faticosissimi anni, sono stati tuttavia per molti aspetti preziosi. Ogni passo dato, una piccola conquista. A me la tua forza d’animo ha trasmesso un’energia straordinaria, che mai avrei pensato di possedere. Innanzi tutto, sono stati anni di dialoghi intensi, di confidenze, di letture, di riscoperte, di racconti, di emozioni forti e irripetibili, di vicinanza fisica, di tenerezza, anche.  Inoltre – anche se questo può sembrare un po’ strano – sono stati anni nei quali ci siamo conosciuti meglio. Soprattutto, sono stati gli anni in cui ha visto nascere e crescere Francesco, l’agognato nipotino che ti somiglia tanto. Sono stati anni, dicevo, costellati di ricordi e rievocazioni, quasi che la difficoltà a muoversi nello spazio, imposta dalla malattia, avesse accresciuto la tua capacità di muoverti nel tempo, consentendo di recuperare alla memoria comune particolari, persone, dettagli, storie inedite a volta.  Ti brillavano gli occhi quando parlavi dei tuoi primi incontri con la mamma, seguiti dalfidanzamento e dal matrimonio. Ti commuovevi quando parlavi del grande, vittorioso sciopero del ’69, e dei compagni della vecchia guardia SFI, i Borriello, i Cascetta, i Nicola Iandolo (“o’Cafone”) che quando, non ancora diciottenne, fosti assunto in azienda in seguito all’abbandono forzato del nonno, ti avevano preso sotto la loro ala protettiva. O ancora, quando, andando ancora più indietro con i ricordi, rievocavi quella favolosa manifestazione di fine anni ’50, che vide l’intera popolazione atripaldese ergersi a difesa dei suoi filovieri, sottraendo i lavoratori licenziati a un destino che qualcuno voleva già scritto.Caro Papà, i ricordi in questo momento scorrono confusi come in un film: ripenso alla poltrona verde, alla bustina di mezzanotte, alla spaghettata “olandese”, alla befana del 69 al “primo treno”, alla lettera di Manlio Rossi Doria, a Pasquale Stiso, alle poesie per Francesco, ai biglietti di auguri per mamma quando si trovava lei in ospedale. Caro Papà, avrei voluto parlare esclusivamente di ideali, valori, amicizia. In una sola parola, di bellezza. Invece, mi vedo costretto a trattare anche di miserie umane. E il solo vedere accostato nello stesso scritto il tuo nome a quello di certi tristi e loschi figuri, mi sembra sconveniente e penoso, come l’avvicinare la pura corrente e la sporca schiuma, ovvero l’albatros e degli avvoltoi. E invece mi vedo costretto a farlo, partendo dal dottor del reparto di Lungodegenza dell’ospedale di Ariano, algido contabile di morte, dalla sensibilità a metà strada tra AdolfEichmann e Josef Mengele, che, prima che tu venissi a mancare, invece di adempiere al proprio dovere fino in fondo, non trovava di meglio che chiedere ripetutamente se intendessimo riportarti a casa, quasi che la tua presenza fosse solo un ingombro.  Che dire poi della dottoressa responsabile del reparto (indicata da chi e perché, non è dato sapere), la cui unica dote conosciuta è quella di una incommensurabile arroganza? e del neurologo, prestatosi, su richiesta a una grottesca e squallida pantomima, fingendo di compiere un intervento in vita che invece era soltanto la constatazione di un decesso già avvenuto, per darsi subito dopo a una ignominiosa fuga. Altro, tanto altro si potrebbe aggiungere, caro Papà, ma per ora basti questo. Anche perché, come avresti detto TU, la LOTTA CONTINUA. Ed io te lo prometto, la porterò fino in fondo.  

Con immenso affetto e gratitudine

Tuo figlio Luigi

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