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Trent’anni fa moriva Sandro Pertini, il ricordo di Luigi Caputo (Prc)

Pubblicato in data: 24/2/2020 alle ore:20:55 • Categoria: Politica

Alcuni interventi pubblicati nei  giorni che hanno preceduto il trentennale della scomparsa  di Sandro Pertini (1896-1990) lasciano  sconcertati. Prevalgono immagini  scialbe e consunte: la finale dei Mondiali di calcio dell’Ottantadue, il triste episodio di  Vermicino, e via di questo passo. Di fronte a banalizzazioni cosi` smaccate, verrebbe quasi da invocare un rispettoso silenzio. La presidenza della Repubblica per Pertini e’  il coronamento di un’esistenza consacrata alla politica come vocazione, che lo porta a compiere la prima scelta rivoluzionaria della sua esistenza: la  scissione dalla propria classe di origine – proveniva da una famiglia possidente della provincia di Savona –  per  abbracciare la causa del proletariato. Durante l’ esilio in Francia  arrivera’ a vendere   alcuni terreni di famiglia per finanziare la realizzazione di un’ emittente radiofonica.  Una vocazione che tempra nella stagione di ferro e fuoco del fascismo al potere e poi regime, con il quale Pertini ingaggia un combattimento irriducibile, che paghera’ con quattordici anni di carcere duro e confino. Socialista fin dal 1915, nel 1919 e’ eletto consigliere comunale nella sua Stella. Nel 1924, dopo la scissione tra massimalisti  e riformisti,  opta per il Partito Socialista Unitario soprattutto per il forte legame con Filippo Turati e perche’ impressionato dal sacrificio di Giacomo Matteotti. Al 1925  risale il primo arresto, per aver realizzato e diffuso il pamphlet  “Sotto il  barbaro dominio fascista”. Nel 1929 e’ uno dei primi condannati del neo-istituito Tribunale speciale. Santo Stefano, Turi (dove incontra Gramsci), Pianosa, Ponza, Ventotene: sono le tappe del viaggio di Pertini nel terribile universo concentrazionario del regime.  Dopo la caduta di Mussolini e’ tra i protagonisti della guerra di liberazione contro il nazifascismo nel  Centro-Nord. Partecipa ai combattimenti di Porta San Paolo dopo l’ otto settembre, quindi alla  liberazione di Firenze e alla sollevazione finale del 25 aprile a Milano, dove pronuncia uno dei primi discorsi nell’Italia del Nord liberata.  In qualita’ di membro della Giunta militare del CLN – in cui rappresenta il ricostituito Partito Socialista – concorre alla decisione della condanna a morte di Mussolini, scelta che rivendichera’ sempre negli anni successivi. Nel dopoguerra caratterizza il proprio socialismo attraverso una originale sintesi di autonomia e ricerca dell’unita’ con il PCI, intesa in primo luogo come unita’ della classe lavoratrice e condizione ineludibile per il suo progresso. In Parlamento la sua denuncia dei numerosi eccidi di proletari perpetrati dalla polizia di Scelba, ministro “sanfedista-  borbonico”  e’ documentata e sferzante, cosi’ come e’ vibrante la protesta per l’eccessiva longanimita’ dimostrata dalla Repubblica nei confronti dei gerarchi fascisti.  Si batte da par suo contro l’ingresso dell’Italia nella NATO e contro la legge truffa, nel 1953. E quando l’avventurismo reazionario di Tambroni riportera’, nel 1960, il MSI al centro della scena politica, minando le basi stesse delle istituzioni democratiche, si lancera’ nella lotta con incredibile slancio, pronunciando il 28 giugno a Genova il famoso discorso del “fiammifero”, di fatto l’inizio della grande ondata antifascista che scuote l’intera penisola portando alla cacciata di Tambroni. Nei confronti del nascente centro-sinistra l’atteggiamento di Pertini oscilla tra ostilita’ e freddezza, preoccupato sia della possibile prevalenza delle  resistenze conservatrici sia della socialdemocratizzazione del PSI.   Nel 1964  si pronuncia quindi contro l’ingresso del PSI nel governo Moro, il primo di centro-sinistra organico.   Non sara’ mai ministro, piuttosto uomo di partito  al servizio delle istituzioni. Dal 1968 al 1976 e’ Presidente della Camera.  Da’ per due volte le dimissioni, entrambe le volte respinte all’unanimita’.  Anche se giocoforza destinato a ritrarsi dall’agone politico quotidiano in virtu’ della nuova responsabilita’ assunta, non fara’ mancare prese di posizione che lasciano il segno, come nel dicembre 1969 quando,  in visita a Milano per i funerali delle vittime della strage di Piazza Fontana, rifiuta di stringere la mano al questore Guida,  gia’ aguzzino fascista a Ventotene, emblema vivente della mancata epurazione nel dopoguerra, pesantemente  implicato nella costruzione della falsa pista anarchica per i fatti del 12 dicembre e nel “suicidio di Stato” di Pinelli. Nel 1970, in visita ad  Avellino,  Pertini dona alla biblioteca del Liceo “Colletta”  una copia del suo libro autobiografico Sei condanne Due evasioni.

Al momento dell’elezione a Presidente della Repubblica, l’8 luglio 1978, nel Paese e’ ancora molto vivo il trauma per il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro da parte delle BR. Lo stesso istituto della presidenza e’ in crisi, dopo le dimissioni, indotte, di Leone, chiamato in causa nello scandalo “Lockheed”. I predecessori di Leone, fatta eccezione per Einaudi,  erano stati a vario titolo coinvolti in vicende oscure e inquietanti: Gronchi nell’avventura reazionaria targata  Tambroni – MSI,  Segni nell’eversivo  “Piano Solo” del generale de Lorenzo, Saragat lambito da voci di coinvolgimento nella strategia della tensione. Occorre insomma una sorta di rifondazione della massima carica dello Stato. Pertini declina la politica di  solidarieta’ nazionale, di cui e’ convinto assertore, portando  avanti l’idea di  nazione  scaturita dalla Resistenza, inclusiva, aperta,  egalitaria, pacifista; affermando sempre,  inoltre, il nesso che lega antifascismo, Resistenza e Costituzione. Il valore aggiunto che egli  offre alla comunita’ nazionale e’ la granitica circolarita’ del suo percorso politico  e di vita, il quale, lo si condivida o no, e’ un esempio di coerenza e disinteresse. Pertini dice quello che pensa e fa quello che dice. E l’elezione a Presidente non cambia nulla in lui. Alle inquietudini di  un Paese in permanente tensione, egli offre la sua contro-biografia della nazione, dove, almeno per una volta, ad affermarsi non e’ l’ Italia del compromesso, del trasformismo, dell’opportunismo, ma quella della linearita’ e dell’onesta’ innanzi tutto  intellettuale, in cui si puo’ discutere e criticare tutto,  anche il potere,  anche ai massimi livelli. Le stesse famose esternazioni presidenziali (la piu’ memorabile delle quali resta il messaggio alla nazione  all’indomani del 23 novembre 1980, talmente bruciante per la DC da indurre alcuni suoi esponenti a prospettarel’impeachment presidenziale) vanno lette in questa prospettiva, non certo come una forma di populismo ante litteram che Pertini, pienamente partecipe della democrazia dei partiti e della civilta’ del proporzionale, non puo’ che aborrire. In che misura questo linguaggio nuovo incida  sui risultati conseguiti dalla “presidenza delle emergenze” ( terrorismo, crisi economica, terremoto dell’Ottanta,  scoperta della loggia P2, verso la quale fu inflessibile), che segnano, tra gli altri fatti,  il settennato di Pertini,  non e’ facile stabilire. In alcune situazioni questa forma di  comunicazione lascia sicuramente il segno, come quando il presidente  ribalta, il giorno dei funerali di Guido Rossa , ucciso dalle BR a Genova nell’ottobre 1979, l’andamento di  una difficile assemblea  con i portuali  i genovesi: “ Non e’ il presidente che vi parla, e’ il compagno Pertini! Io le ho conosciute le Brigate Rosse in Spagna. Combattevano contro i fascisti, non contro i democratici!”.   Esaurita l’ esperienza dei governi di unita’ nazionale, cerchera’ di apportare al sistema politico degli elementi di innovazione, come le presidenze laiche, prima quella del repubblicano Spadolini, poi quella del socialista Craxi  (pure da lui distante anni luce sia politicamente che umanamente)  che segneranno la definitiva eclissi della centralita’ democristiana. Nel 1985, al termine del mandato, non gli sarebbe dispiaciuta una rielezione. Ma gli equilibri politici  erano mutati:  cominciava o, per meglio dire, si accentuava, un periodo di normalizzazione. E un Pertini “normalizzato” e’ davvero difficile da immaginare.

 

Luigi Caputo

 

 

 

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