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La Via Crucis di Atripalda e la tradizione dei Giovino: “l’incappucciato può essere chiunque”. Foto

Pubblicato in data: 8/4/2026 alle ore:18:17 • Categoria: Attualità, Cultura

Il Venerdì Santo ad Atripalda è scandito da uno dei momenti più intensi della Settimana Santa: la Via Crucis che attraversa la città e si intreccia con la storia dell’incappucciato, una tradizione che si tramanda da oltre un secolo nella famiglia Giovino.

Una storia che affonda le sue radici nel 1870, come racconta Enrico Giovino, per anni interprete del Cristo e oggi custode della memoria di questa devozione: «Tutto nasce da un voto fatto dal bisnonno di mio padre. Da allora questa tradizione è stata tramandata di padre in figlio. Ormai parliamo di più di un secolo di storia».

Una continuità che non è solo familiare, ma profondamente simbolica. «Chi indossa il cappuccio – spiega – non deve essere riconosciuto. Sotto quel volto coperto può esserci chiunque. È questo il senso: rappresentare tutti, ogni persona che in quel momento vorrebbe portare la croce insieme a Gesù».

La rappresentazione, negli anni, ha trasformato Atripalda in un vero e proprio teatro a cielo aperto. I luoghi della città diventano scenografia naturale di un racconto che unisce fede, storia e tradizione. Dalla salita di San Pasquale, dove si consumano le cadute, fino alla collina che domina l’antica Abellinum, dove si svolge la crocifissione.

«È un percorso che coinvolge tutta la città – aggiunge Giovino – e che ha anche un legame profondo con la storia dei luoghi. Ricordo che un giudice mi spiegò come proprio in quell’area, in epoca antica, avvenissero persecuzioni e uccisioni dei primi cristiani. Io non lo sapevo, ma questo rende ancora più significativo il fatto che la crocifissione venga rappresentata proprio lì».

Da alcuni anni il testimone è passato al figlio Pellegrino, che interpreta Gesù di Nazareth portando avanti la tradizione di famiglia. Un ruolo vissuto con intensità e consapevolezza.

«È difficile spiegare l’emozione – racconta Pellegrino – perché è qualcosa che si sente dentro. Serve una preparazione sia fisica che spirituale. È una storia che conosciamo tutti, dai più piccoli ai più grandi, ma ogni volta è come viverla di nuovo».

Un impegno che richiede sacrificio, ma che viene affrontato con passione: «Ci sono momenti difficili, anche durante il periodo di preparazione, ma fa parte del percorso. È un’esperienza forte, che ti coinvolge completamente fino alla crocifissione».

Accanto all’emozione, però, c’è anche il peso della responsabilità. «La sento – ammette – soprattutto perché sono gli stessi atripaldesi a ricordarti quanto questa tradizione sia importante. Ti chiedono se sei pronto, se tutto andrà bene. Non la vivo come un peso, ma come qualcosa da rispettare e onorare».

Una tradizione che si rinnova ogni anno, ma che resta fedele alle sue radici. Tra fede, identità e memoria, la Via Crucis di Atripalda continua così a parlare alla comunità, passando di generazione in generazione, proprio come nella famiglia Giovino.

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