«L’ultimo bacio»: a dieci anni dalla strage di Dacca il commosso ricordo della sorella di don Luca Monti: «Ho scelto di perdonare e continuare a camminare»
Pubblicato in data: 1/7/2026 alle ore:16:57 • Categoria: Cronaca •
Il dolore che non passa: don Luca Monti, parroco della chiesa madre di Sant’Ippolisto Martire di Atripalda ricorda la sorella Simona a dieci anni dalla strage di Dacca. Ecco il post:
L’ultimo bacio. Dacca 2016. 1 luglio. Ore 21:20.
X anniversario.
I cappellani militari mi fecero presente che per un prete non era bene piangere. Ma quella tragedia era di una portata mondiale e le mie possibilità umane di resistenza, a paragone di ciò che la realtà stava dando alla mia vita, erano veramente insufficienti.
Di quel giorno ricordo poche cose, eppure sembra che tutto sia accaduto un attimo fa:
-ricordo che in parrocchia c’erano tanti giovani a tifare Italia.
-Ricordo che Paola mi avvisò da parte di mamma che l’avrei dovuta richiamare subito.
-Ricordo la preoccupazione di mia madre per una notizia che arrivava dal Bangladesh riguardante un attentato terroristico in un ristorante di quella città. (Ma la coincidenza con gli impegni di mia sorella quella sera mi sembravano comici: sarebbe andata ad una cena di saluto con amici e colleghi e, probabilmente, in Bangladesh non sarebbe tornata mai più. Era incinta).
-Ricordo di aver chiamato la Farnesina perché i funzionari dell’unità di crisi parlassero con me e non con i miei (avrei voluto evitare tante cose ai miei genitori).
-Ricordo di aver fumato molto più del solito quella notte.
-Ricordo le persone che erano con me a cercare qualche dettaglio di speranza dalle edizioni straordinarie dei tg.
-Ricordo che nel cuore della notte i giovani pregavano per Simona davanti al tabernacolo.
-Ricordo di averle telefonato e scritto migliaia di volte finché il cellulare risultò spento.
-Ricordo che verso le 7:30 del mattino la Farnesina mi chiamava per avere informazioni anagrafiche su Simona.
-Ricordo che a mezzogiorno telefonai a Fenisia e mi misi in viaggio per casa.
-Ricordo che appena arrivato, alle 15:00, l’unità di crisi avvisava mio padre e mia madre che Simona era tra le vittime.
La disperazione.
Poi un fiume di gente: amici, conoscenti, paesani, giornalisti, politici e prelati.
Mentre il dolore cancellava una parte di me ho scelto di rimanere cristiano e prete, di perdonare subito tutto a tutti per andare avanti.
Quando arrivarono la salme a Ciampino, i cappellani militari mi fecero presente che per un prete non era bene piangere. C’era anche il Presidente della Repubblica. Allora ho cercato di nascondermi tra la bandiera, piegato sulla bara di Simona.
L’ultimo bacio. E ho continuato a camminare.
Del resto ricordo poco o niente, eccetto qualcosa del funerale, del coraggio di presiedere e predicare con nel cuore una frase di Prospettiva Nevsky di Battiato: «Il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire…».
E la faccia tosta di dire ai miei, dopo solo due giorni, che sarei tornato in parrocchia a fare il parroco. (Spero che Dio abbia perdonato gli eccessi di zelo della mia giovinezza!).
Mi sono rimaste tante ferite: ad esempio io ai ristoranti non ci vado volentieri; il mio sonno da 10 anni è artificiale; non sopporto chi parla a voce alta e chi fa scatti d’ira; non guardo più la tv e se la trovo accesa da qualche parte me ne vado; non mi piace la cosiddetta “ammoina” perché mi genera ansia. Celebrare i funerali di giovani persone, specialmente davanti alle madri, mi fa morire di dolore. Molto spesso cambio umore. Quando la gente litiga impazzisco.
-Alla mia scelta di riconciliazione con la realtà sono rimasto sempre fedele.
-Devo cercare di rimanere sempre paziente e misurato: chi perdona una volta deve saper perdonare sempre.
Chi mi vuole bene e ha condiviso con me questi momenti, lo sa e non mi giudica.
Per il resto, ho imparato a campare ❤️


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