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Atripalda Letteraria, il caso Siani riapre la ferita della verità negata

Pubblicato in data: 17/10/2026 alle ore:20:21 • Categoria: Attualità, Cultura •

La storia di Giancarlo Siani non appartiene soltanto al passato. Continua a interrogare il presente, chiamando in causa il ruolo dell’informazione, il rapporto tra criminalità e potere e la responsabilità di chi sceglie di raccontare la verità, anche quando farlo diventa scomodo. È stato questo il filo conduttore dell’incontro che si è svolto ieri, venerdì 16 ottobre, nella Biblioteca comunale “L. Cassese” di piazza Sparavigna, dove, nell’ambito della rassegna Atripalda Letteraria, è stato presentato il volume “Giancarlo Siani. Terra nemica”, scritto dal giornalista Pietro Perone, capo redattore centrale de Il Mattino, e pubblicato dalle Edizioni San Paolo.

A dialogare con l’autore è stato Antonio Lepore, giornalista e scrittore, in un confronto che ha restituito la dimensione umana e professionale del cronista del Mattino, assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985, a soli 26 anni. L’iniziativa, promossa da Laika e Casa Naima, ha offerto l’occasione per andare oltre la commemorazione, ricostruendo passaggi della vicenda giudiziaria e giornalistica che continuano a sollevare interrogativi.

Per Perone, la lezione di Siani è legata innanzitutto all’idea stessa di giornalismo: «Per noi il giornalismo non era trovare un posto di lavoro», ha ricordato, richiamando la generazione di giovani cronisti che vedeva nell’informazione uno strumento per contribuire al cambiamento della società. L’obiettivo non era diventare famosi, conquistare visibilità televisiva o coltivare relazioni convenienti, ma poter raccontare i fatti e offrire ai lettori elementi per comprendere la realtà.

«Pensavamo che il giornalismo fosse un modo per cambiare la società e che attraverso il giornalismo potessimo dare il nostro contributo affinché ci fosse un futuro migliore, per noi e soprattutto per quelli che sarebbero venuti dopo». Una convinzione che si traduceva, nel lavoro quotidiano, nella necessità di scrivere ciò che si era visto e compreso, senza lasciarsi condizionare da interessi esterni.

«Mai scrivere qualcosa di addomesticato rispetto al volere di qualcun altro», ha sottolineato Perone, indicando proprio nella libertà di raccontare ciò che si ritiene vero, con onestà intellettuale, uno dei principi irrinunciabili della professione. Un richiamo particolarmente attuale in un contesto in cui, secondo l’autore, questo modo di intendere il mestiere rischia di trovare sempre meno spazio.

Il libro ricostruisce anche il complesso intreccio di fatti e responsabilità che precedette l’omicidio di Siani. Tra i passaggi centrali, l’articolo pubblicato il 10 giugno 1985 sugli equilibri criminali successivi all’arresto del boss Valentino Gionta, avvenuto a Marano l’8 giugno. Il giovane cronista mise in discussione la versione dell’arresto fortuito, facendo emergere il sospetto di un tradimento all’interno delle alleanze camorristiche. Una ricostruzione che, secondo quanto illustrato da Perone, contribuì ad alimentare tensioni e sospetti tra i gruppi criminali.

È uno degli aspetti meno conosciuti della vicenda che l’autore ha voluto riportare all’attenzione del pubblico, mostrando quanto potesse risultare pericoloso un lavoro giornalistico capace di leggere i rapporti tra clan, affari e potere. Non soltanto le responsabilità degli esecutori materiali, dunque, ma anche il clima di isolamento, i silenzi e le omissioni che accompagnarono la storia di Siani.

Perone ha ricordato inoltre il lavoro svolto negli anni successivi all’assassinio per seguire le indagini e il processo, insieme al collega Gianpaolo Longo. Centinaia di articoli contribuirono a mantenere alta l’attenzione pubblica, esercitando una pressione costante affinché si arrivasse alla verità. «Se Giancarlo non fosse stato lasciato solo e non fosse stato in qualche modo indicato come l’obiettivo, probabilmente non sarebbe morto», ha osservato, richiamando il peso dell’isolamento che circondò il cronista.

L’incontro di Atripalda ha così restituito il senso più profondo della testimonianza di Siani: il giornalismo come servizio alla collettività, capace di disturbare i poteri criminali proprio perché libero, indipendente e fondato sulla ricerca dei fatti. Una lezione che attraversa le pagine di “Terra nemica” e che, a oltre quarant’anni dall’assassinio, continua a chiedere a chi informa di non rinunciare alla propria responsabilità.

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