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Ewa sconfigge la burocrazia: ora è infermiera professionale

Pubblicato in data: 18/2/2010 alle ore:09:18 • Categoria: CronacaStampa Articolo

clinica-santa-ritaHa atteso con fiducia e forza oltre un anno perché la verità alla fine emergesse. Vittima di un intralcio burocratico che ha rischiato di condizionarle l’esistenza. E’ la storia della signora Ewa Laskowska, nata in Polonia ma cittadina italiana, da 25 anni caposala alla clinica “Santa Rita” di Atripalda.
Ora che ha concluso con successo da pochi giorni il lungo iter per il riconoscimento del suo titolo di infermiera professionale laureata, con decreto del Ministero della Salute e l’iscrizione dal 18 gennaio 2010 all’albo degli infermieri professionisti, Ewa vuole che sia fatta chiarezza.
“Ho sofferto tanto ma ho avuto l’umiltà e ho trovato la forza di difendermi e di andare avanti perché ero certa che alla fine la verità sarebbe emersa”. L’incubo ha inizio mercoledì 21 gennaio 2009 quando i Nas effettuano un blitz presso la struttura sanitaria privata di via Appia, catapultandosi subito al quarto piano, quello di medicina e chirurgia dove Ewa svolge il suo lavoro di caposala con professionalità, abnegazione, passione e tanta umanità. Sempre in prima linea nelle corsie accanto ai pazienti. Qualche segnalazione anonima forse a dare il via a tutto. Dalle verifiche emersero irregolarità per la struttura che travolsero anche l’esistenza e la vita di Ewa, sposata e con due figli. Al momento del blitz la signora Ewa infatti non aveva ancora ultimato l’iter per ottenere il decreto di riconoscimento del suo titolo conseguito al liceo medico di Szczecim e la laurea triennale, frequentando l’Università di scienze infermieristiche al polo ospedaliero di Avellino da parte del Ministero. Da allora l’inizio di un calvario con cui dover convivere e quel marchio infamante, più volte riportata erroneamente dai giornali, di aver svolto la professione di caposala abusivamente e senza titolo. “Non sono stata mai denunciata per abuso della professione. Potevo denunciare tutti, ma non l’ho fatto. Quelle parole mi hanno fatto però male. Spesso non riuscivo neanche a guardare negli occhi mio marito. Ho vissuto sempre con onestà è quelle accuse della stampa mi hanno ferito. Ho creduto di dover difendere la mia dignità e riscattare la mia ingiustizia. E’ molto facile distruggere una persona”.
Racconta quei brutti momenti ancora con le lacrime agli occhi. Intorno a lei il vuoto dopo quell’accusa: gli amici si allontano, la gente la guarda con sospetto. Trova invece la forza di reagire nella famiglia, nel marito, nei due figli, nella preghiera e nel lavoro che tanto ama, portando avanti con dignità e professionalità il reparto ospedaliero.
“Amo questa professione e questa struttura. Per questa clinica ho sacrificato la mia vita, anteponendola a quella della mia famiglia, dei miei figli. L’amministrazione della clinica, che ringrazio, hanno creduto in me. Tante persone, colleghi, medici e pazienti hanno dimostrato affetto e solidarietà. E li ringrazio di cuore. Ma tante altre mi hanno allontanata. Mi sono cancellata anche dal sindacato che non mi ha difeso dopo 25 anni d’iscrizione”.
Ora a distanza di un anno da quell’incubo, con l’iscrizione all’albo degli infermieri professionisti in tasca, Ewa si sente di nuovo serena. “Oggi a quattro anni dalla pensione mi sento serena perché alla fine ho difeso la mia verità che è venuta fuori. Fortunatamente è finito tutto bene”.

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