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Cura del verde pubblico in piazza Cassese, la passione di Vincenzo Caputo

Pubblicato in data: 25/3/2011 alle ore:13:50 • Categoria: Attualità

«Sono stato due mesi e mezzo in ospedale e spesso pensavo alle piantine e ai fiori che avrei dovuto piantare nell’aiuola sotto casa», queste parole racchiudono l’entusiasmo, la passione e la forza di volontà di Vincenzo Caputo (foto). Seduto sulla sua sedia pieghevole, in mezzo alle aiuole di piazza Cassese (un’isola spartitraffico in uno dei quartieri più popolosi della città) ad Atripalda, l’82enne ne cura il giardino con attenzione e dedizione da oltre due anni.
«Ho piantato fiori, rose, margherite e altre piantine che sbocceranno tra qualche settimana, appena le giornate saranno più belle e assolate – racconta emozionato e anche un pò preoccupato della ribalta che lo sta “investendo” – abito nel palazzo di fronte e, tutte le mattine, vedevo questi giardini abbandonati e così ho deciso di scendere».
Armato di una propria zappella («Questa l’ho costruita da solo, perché la zappa tradizionale è troppo pesante per me»), seduto sulla “sedia di lavoro” («Le mie gambe non mi consentono di stare in piedi per troppo tempo»), ha già provveduto a zappare il primo angolo dell’aiuola, a togliere le erbacce, i mozziconi di sigarette e i rifiuti che i soliti incivili gettano quotidianamente.
Ti guarda negli occhi e con quella lucidità che spesso non ti aspetti, perché profonda e lacerante, analizza la situazione: «La gente mi prende per scemo, quando mi vede seduto a zappare: me ne accorgo da come mi guardano. Lo sai che nessuno del vicinato mi ha mai ringraziato e non ho mai ricevuto un apprezzamento? Ma non mi interessa, lo faccio perché tutti dovrebbero avere cura del proprio paese e del quartiere nel quale vivono. Queste piante le ho comprate con i soldi della pensione, due euro ognuna, ma la soddisfazione di vederle crescere e sbocciare non ha prezzo». Giovanò, ma adesso mi volete mettere sul giornale? Chissà cosa pensa la gente? Ma perché proprio io?». «Racconto questa storia perché mi ha profondamente colpito e perché siete un esempio per le giovani generazioni, anzi no, siete un esempio per tutti gli atripaldesi che spesso criticano e non si rimboccano le maniche», rispondo così alle sue domande. «Avete ragione, vedo ogni giorno giovani e meno giovani (“vagliuni e anziani”) che si lamentano e passano le giornate in strada o davanti al bar, ma se solo ti permetti di chiedere una mano o un aiuto, ti mandano a quel paese – continua il signor Giovanni, sereno, tranquillo, forte della sua consapevolezza e di quell’esperienza che nessuno ti regalerà mai se non gli anni – eppure se ognuno di loro facesse solo la minima parte del mio lavoro, la città sarebbe più bella e pulita e, soprattutto, più serena».
Una vita passata in cantiere, a fare il muratore, a sgobbare tra cardarelle e carriole e poi il meritato riposo della pensione: «Volevo conoscervi di persona e raccontare la vostra storia», gli dico, mentre gli scatto una foto. «Mo’ pure la fotografia, ma voi mi volete proprio inguagliare, piuttosto, mandate qualcuno a tagliare l’erba in quel punto, perché è troppo alta e non ho il tagliaerbe», mi rimprovera affettuosamente, accennandomi un sorriso e guardando fisso nell’obiettivo. Anche lui è consapevole che un esempio può più di mille parole…

articolo curato dal giornalista Ciro De Pasquale

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