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Omicidio Fabiola, la nota di Cinzia Spiniello (Sel): “Non basta parlare dopo il delitto, occorre intervenire in tempo”

Pubblicato in data: 11/1/2012 alle ore:19:19 • Categoria: Politica, Sinistra Ecologia e LibertàStampa Articolo

cinziaspinielloLa cronaca, purtroppo, ci consegna l’ennesimo episodio di violenza perpetrato ai danni di una donna e questa volta l’atto barbaro ci sfiora da vicino, tocca la nostra pelle, sussurra alle nostre orecchie. Servirà questa vicinanza geografica a scuotere più coscienze, a indurre maggiore riflessione, a mobilitare ed informare famiglie, scuole ed istituzioni ed educarle al rispetto delle donne? E’ successo ad Atripalda, il mio paese, una tragedia senza confini, un omicidio di una giovane donna Fabiola, perpetrato, come spesso accade in casi simili, dal marito. Nel 2010 sono state 127, il 6,7% in più rispetto all’anno precedente, le donne uccise in Italia. Sono dati allarmanti ed esponenziali, se consideriamo la crescita ininterrotta di questo tipo di tragici eventi dal 2005 ad oggi. I dati resi noti dalla Casa delle donne di Bologna, che presentò la ricerca ‘Il costo di essere donna. Indagine sul femicidio in Italia’, indagando sul fenomeno delle uccisioni legate alla violenza di genere. L’insieme dei dati quantitativi e qualitativi, ci restituisce un quadro allarmante, che mette in rilievo aspetti che ci si ostina ad ignorare e sottostimare”.La maggior parte delle vittime sono donne italiane (78%), così come la maggior parte degli uomini che le hanno uccise (79%). Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di mariti (22%), compagni, conviventi (9%) o ex (23%), ma anche figli (11%) e padri (2%); uomini con i quali le donne avevano una relazione molto stretta. I motivi che hanno armato le loro mani apparentemente sembrano i più svariati. Spiccano un’incapacità di accettare le separazioni (19%), gelosie (10%) e conflittualità (12%), ma i delitti hanno, come sostrato culturale, “il pensare la donna quale oggetto di proprietà, privandola violentemente di uno spazio decisionale, individuale ed attivo”. E “contrariamente a quanto i mezzi giornalistici spesso facciano trapelare il femicidio non è il frutto di un’azione improvvisa ed imprevedibile, bensì l’epilogo di un crescendo di violenza, a senso unico”. Questi dati, per quanto sottostimati (si tratta infatti di una indagine solo sulla stampa nazionale e non dà conto delle molte donne scomparse, dei ritrovamenti di donne senza nome o dei casi non ancora risolti a livello processuale), confermano che “la violenza intrafamiliare è una altissima causa di morte: ma essa deve esser considerata solo l’apice di altre violenze subite e taciute, spesso per moltissimi anni”.
E troppo poco è il tempo che si dedica ad affrontare l’argomento, troppo poco tempo si dedica al “l’altra metà del cielo”, troppo poco si fa per rompere il giogo della mentalità maschilista e bestiale che avvolge la società. Non bastano gli altari della cronaca quando il peggio è avvenuto, non basta parlare di vigilanza e protezione, quando il problema, il vero problema non viene affrontato alla radice. Certamente è importante che di questi episodi se ne parli, perché l’informazione è sempre necessaria, ma non basta più parlarne, in questa società che arretra culturalmente e che lo fa anche nei confronti dell’universo femminile. Ed allora che fare? Innanzitutto impegnarsi affinchè alle parole seguano le azioni che devono andare in direzione delle parole. Basta violenza e sopraffazione. Sono convinta che a poco servano convegni e dibattiti sull’argomento, popolati da addetti ai lavori o persone già sensibili alle tematiche, occorre muoversi in direzione delle donne.
Innanzitutto istituendo un luogo fisico di ascolto, che vada oltre le strutture classiche, un centro donne dove in libera autonomia esse possano ascoltare ed essere ascoltate, incontrarsi senza remore né paure, organizzarsi e autodeterminarsi. Recentemente la cronaca di Atripalda registrò un caso di stupro ed anche allora si cercò di spostare l’attenzione verso le problematiche circostanziali dell’episodio, parlando poco della vitima e concentrando l’attenzione verso il carnefice. Registro con grande disappunto come la stampa locale affronta queste questioni, pubblicando articoli che sembrano la copia di bollettini dei carabinieri o degli avvocati difensori, non un cenno rivolto alle vittime, non un tentativo di inchiesta sulle problematiche femminili, mi chiedo dove i giornalisti di questa provincia attingano le loro informazioni? Forse nei bar del paese o nel chiacchiericcio della gente? La gente che spesso è a conoscenza di piccole o grandi violenze quotidiane eppure finge in un’indifferenza apparente salvo interessarsene “dopo” quando fioccano le dichiarazioni del tipo: era una famiglia normale. Perfino il parroco è stato intervistato, se la famiglia non fosse stata cattolica chi avrebbe avvalorato la tesi di una famiglia normale? Ecco ci si sofferma su queste stupidità senza considerare che di fatto le famiglie vivono grandi sofferenze nel chiuso delle quattro mura.Atripalda è un paese sofferente, lo dimostrano anche i casi di suicidio dell’ultimo anno, sofferente come il resto dell’Italia, eppure oltre il rammarico e le frasi di circostanza, la classe dirigente risulta incapace di porre un freno a fenomeni di cronaca dilaganti. Se non si agisce collettivamente non servirà interessarsi a singoli casi, bisogna aprire le porte, le sofferenze sono dentro le mura e fuori c’è il vuoto di un paese che vive di fantasmi.
Tutto questo dovrà trovare un freno! Una giovane donna ha trovato la morte, lasciando un vuoto certamente anche come madre, ma soltanto se tutti ci convinciamo che i nostri padri, i nostri fratelli, i nostri figli, i nostri “uomini” devono ricominciare daccapo a riconsiderare il ruolo, l’efficacia e soprattutto la parità della presenza delle donne in questo mondo devastato sempre di più da una cultura maschile e maschilista dilagante.

Cinzia Spiniello-Atripalda

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