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“Rossi-Doria, il riformatore che amava l’Irpinia”, il ricordo di Luigi Caputo del grande meridionalista

Pubblicato in data: 27/5/2020 alle ore:14:09 • Categoria: Cultura, Politica

Il 25 maggio del 1905 nasceva il grande meridionalista. Frammenti del suo rapporto con la Provincia di Avellino:

Quando Manlio Rossi-Doria viene candidato dal PSU, in provincia di Avellino, nel 1968, nel collegio di Sant’Angelo dei Lombardi, è lontano dalla politica attiva da molti anni. Le sue ultime esperienze di militanza risalgono alla fine degli anni ’40, nel Partito d’Azione, scioltosi nel 1947. Sarebbe fin troppo semplice – e quindi semplicistico – rappresentare l’itinerario politico di Rossi- Doria come un percorso che va dal comunismo della gioventù al socialismo dell’età matura, intervallato dalla parentesi nel Partito d’Azione. Semplicistico perché, stanti il coinvolgimento e l’ intensità con cui egli vive queste tre fasi, ognuna di esse rappresenta per lui un Erlebnis, una esperienza di vita destinata a lasciare una traccia profonda sullo sviluppo successivo della sua biografia e della sua personalità. Così la militanza comunista, maturata a Napoli nell’ambito dellostraordinario sodalizio umano ed intellettuale con Giorgio Amendola ed Emilio Sereni, è fondante non solo perché coincide in larga misura con l’esperienza del carcere fascista ma anche perché incentiva l’attitudine di Rossi-Doria all’analisi della realtà concreta e all’organizzazione; la fase azionista è centrale perché anche in Rossi-Doria, come in tanti altri esponenti di questo movimento,   l’azionismo si sostanzia e lascia il retaggio di una particolare forma mentis etico-politica; il periodo socialista è significativo in quanto segna un approdo istituzionale e nel contempo l’incarnazione di un progetto più ampio, quello della terza forza socialista, e di quello che sarà il suo fallimento.

Sarebbe inoltre riduttivo circoscrivere l’impegno politico di Rossi-Doria alla sua dimensione partitica: per lui anche la politica del mestiere, a cui si dedica a tempo pieno dal 1947 ( quale principale animatore della riforma agraria in Calabria, oltre che del Centro di specializzazione collegato con la Facoltà di Agraria di Portici, dove mantiene a lungo l’insegnamento di Economia e Politica Agraria), rappresenta la prosecuzione della politica in un’ altra forma, in cui l’impegno personale non può essere scisso da una valutazione dei risultati concretamente conseguiti. Ciò anche se la “politica del mestiere” non assicura certo visibilità presso le masse popolari. Così quando accetta la candidatura offertagli da Nenni, Rossi – Doria  viene a trovarsi nella curiosa situazione di chi conosce bene la realtà   in cui deve presentarsi, in virtù della sua esperienza di ricercatore e studioso della realtà meridionale, ma è scarsamente conosciuto dall’elettorato.  La vivida descrizione di  Antonio Aurigemma rende efficacemente lo spirito con cui egli affronta  quell’”avventura improbabile”, evidenziandone nello stesso tempo il peculiare tratto umano: “Lo conobbi nel ’68 sulla piccola aia di una masseria di Lioni. Lui seduto su una sedia di paglia,  al centro, e tutt’intorno una corona di contadini, interessati e rispettosi, quasi increduli, a sentir parlare ‘il professore’ col linguaggio semplice, trasparente, di chi conosceva,  fin nei particolari, i loro problemi. Una campagna elettorale, la sua, in un collegio da sempre interdetto ai socialisti, che fu alacre ed umile come una predicazione. Ma che, contro tutti i pronostici, risultò vittoriosa. Aveva rotto tutti gli schemi classici del codice elettoralistico, in un collegio del profondo Sud. Aveva assicurato, senza protervia ma con la semplice giustificazione che certe cose non si debbono fare e che, comunque, lui non sarebbe riuscito a farle,  che non si sarebbe interessato di alcun caso personale, che non sarebbe mai stato postino di raccomandazioni per il Palazzo. Aveva spiegato le battaglie, piccole e grandi,  a cui avrebbe legato, se eletto, la sua presenza parlamentare. E avevo vinto, non tanto e non solo per le convinzioni che aveva costruito, ma per quel fascino sottile di santo laico che sa, 8analizza,  propone, senza cedere una virgola alla demagogia e all’improvvisazione. La sua intransigenza morale era quella di un sacerdote della ragione: mai insofferente, sempre disponibile al confronto, mai un cedimento alle opportunità contingenti. Quel suo stile severo era una lezione continua: sommessa, insinuante, convincente, che gli guadagnava il rispetto, a volte scettico, di tutti ma che, incredibilmente, trovava la strade dell’animo popolare”. Il senatore di Sant’Angelo descrivera’ gli anni dei governi di centro- sinistra di quella legislatura  – segnata da grandi conquiste civili e sociali sull’onda delle grandi lotte operaie e studentesche, ma anche dal cruento esordio della strategia della tensione – fra i più duri e difficili della nostra Repubblica”  a causa del “ braccio di ferro tra progressisti e reazionari durato dal primo all’ ultimo giorno”. Eletto presidente della Commissione Agricoltura del Senato, partecipa alla elaborazione di importanti provvedimenti, come la legge per la montagna e l’ inchiesta parlamentare sui problemi della difesa del suolo; la battaglia a cui lega maggiormente il suo nome è comunque la nuova legge per l’affitto dei fondi rustici, per la quale deve vincere robuste resistenze conservatrici presenti soprattutto all’interno della DC. La sua presenza è assidua non solo nei Comuni del collegio, ma anche nel capoluogo, dove partecipa con la consueta ricchezza di proposte all’attività della Federazione del PSI. Così accetta anche, nel 1970, la candidatura al Consiglio Comunale di Avellino, dove, pur in un lasso di tempo breve (si dimettera’ nel 1972) è protagonista di accesi dibattiti, in particolare con De Mita, anch’egli all’epoca consigliere ad Avellino.

È in questa fase che, nella sua duplice veste istituzionale, si impegna nella risoluzione di numerose vertenze territoriali, tra cui quella, lunga e complessa, dei lavoratori della Società FiloviariaIrpina, in sciopero dall’ottobre al dicembre del 1969. E’ il senatorea dare notizia, in un messaggio indirizzato a mio padre, che aveva preso parte alla trattativa in qualità di rappresentante sindacale, dell’ avvenuta nomina del commissario straordinario, con la quale si sancisce l’acquisizione dell’azienda da parte della Regione Campania, che vuol dire sopravvivenza del trasporto pubblico urbano in provincia di Avellino e, con esso, la salvaguardia dei posti di lavoro. Anche nelle poche righe di quella nota si cogliequella esigenza, tutta rossidoriana, di non lasciare mai una cosa a mezzo, di tramutare l’impegno in risultato e, soprattutto,  di rendere sempre conto del proprio agire.

Rieletto nel 1972 al Senato con il solo PSI ( si era intanto verificata, nel 1969, la scissione socialdemocratica) è  costretto alle dimissioni nel 1975 dalle  cagionevoli condizioni di salute. Ritorna in Irpinia all’indomani del sisma del 1980, percorrendo in lungo e in largo l’area del cratere e affidando le sue idee per la ricostruzione a un istant book realizzato insieme ai collaboratori del centro di Portici: “Situazione, problemi e prospettive dell’area più colpita dal terremoto del 23 novembre 1980, nel quale raccomanda, ancora una volta inascoltato,  di basare la ricostruzione sul principio di partecipazione delle popolazioni interessate.  Assenza di coinvolgimento delle masse popolari: il medesimo fattore che aveva individuato come causa principale del fallimento della riforma agraria degli anni Cinquanta.

Ad Avellino è legato uno dei suoi ultimi interventi pubblici, il contributo inviato in occasione del convegno nazionale su Guido Dorso del novembre 1987 su “Le trasformazioni meridionali e la lezione di Dorso”, sorta di testamento spirituale e omaggio al vecchio amico troppo presto strappato all’impegno civile, certo, ma anche implicita conferma del cardine del meridionalismo moderno, che egli,  convinto propugnatore di una politica delle riforme, non esita ad appellare “meridionalismo rivoluzionario”: quello di Dorso, appunto, di Salvemini, di Gramsci, i quali, ognuno naturalmente dalla propria prospettiva politica e culturale, avevano sostenuto la necessità della trasformazione dei rapporti sociali, contribuendo ad imporre la questione meridionale come grande tema nazionale.

Quando il meridionalismo è  uscito fuori dal lessico politico corrente per scivolare nel girone delle parole interdette, la condizione del Mezzogiorno  ha subito un grave arretramento sia dal punto di vista socio- economico, che culturale. Al meridionalismo si è sostituito, nel dibattito e ancor più negli umori dell’opinione pubblica, il sudismo, agglomerato confuso e contraddittorio di sentimenti e risentimenti, destinato a sfociare in un atteggiamento recriminatorio fine a se stesso quando non addirittura in aperto rimpianto per un’età dell’oro in realtà mai esistita. Oggi, quando si parla di meridionalismo, non si tratta certo di evocare un’ espressione linguistica, ma di ricostruire e rilanciare una cultura politica che implica una certa idea delnostro Paese e al tempo stesso ne travalica i confini, proponendosi come strumento di una più ampia battaglia di liberazione di tutti i Sud del mondo.

Luigi  Caputo
Dirigente provinciale del Partito della Rifondazione Comunista

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